Il contatore del debito pubblico

mercoledì 8 aprile 2009

Crisi finanziaria: l’anatomia di un collasso

autore: Gianfranco Polillo

E’ una crisi, quella che stiamo vivendo, per molti versi indecifrabile: le cui “diagnosi sulle cause” che l’hanno determinata – come ha scritto l’Economist di qualche settimana fa - è ancora “difettosa” . Manca del resto ogni serio tentativo di spiegarne il perché. Sembra quasi che gli economisti abbiano accolto l’invito che rivolgeva loro Giuliano Amato, dalle pagine de Il sole 24 ore: “un pudico silenzio”. Scelta sbagliata. Occorre, invece, che gli economisti, e non solo, si espongano. Cerchino di capire le ragioni più profonde che l’hanno determinata. Una buona terapia può nascere solo dopo una diagnosi accurata. La parte più facile di un possibile lavoro di scavo è tutta in negativo. E’, infatti, più semplice intuire quello che questa crisi non è. Non è la crisi del capitalismo, non è la crisi del libero mercato, non è la crisi della globalizzazione. Non siamo, insomma, alla fine della storia, come ogni tanto qualcuno teorizza improvvidamente. Capitalismo, mercato e globalizzazione faranno parte, ancora per molto tempo del nostro zeitgeist: lo spirito del tempo, che i tanti “ismi”, lascito del ‘900, vorrebbero cancellare.
Nel corso della sua lunga storia, il capitalismo è sopravissuto a guerre - sia calde che fredde – e a distruzioni. A crisi devastanti, come quella del 1929. Ma passato un inverno più o meno lungo, la sua vitalità gli ha consentito nuove stagioni. E le varie teorie del “crollo”, con cui per anni ha giocato almeno una parte del movimento comunista internazionale si sono dimostrate quello che erano. Una grande balla: utile tuttavia per alimentare attese messianiche all’insegna della doppiezza. La forza del ragionamento di Marx era in un acuto senso della storia. Se erano crollati gli antichi regimi, anche il capitalismo alla fine sarebbe stato superato da un mondo migliore. Almeno fino ad oggi – domani non sapremmo dire - è avvenuto il contrario. Quel mondo migliore – lo dimostra l’evoluzione della Cina comunista, che di questa crisi è un agente non secondario – è all’insegna della libertà e del modo di operare dei meccanismi di mercato.
Che poi il processo sia tutt’altro che lineare è tesi su cui si può, agevolmente, convenire. Schumpeter parlava di “distruzione – creatrice” per sintetizzare, al massimo, il modo di operare delle economie non pianificate. E quando Giulio Tremonti ipotizza che, alla fine del tunnel, l’Italia uscirà dalla crisi più forte di prima, si muove all’interno di questo universo teorico. Dalla sua ha l’esperienza storica più recente. Anche nel 1987, nel corso di una delle più violente crisi di borsa di questo dopoguerra, si parlava di un '29 prossimo venturo. Non è stato così. Quella distruzione fu foriera della nascita di un nuovo equilibrio, all’insegna della new economy. Il presupposto per un salto tecnologico che ha mutato il volto del Pianeta. Poi anche questa fase è passata, segnata da una nuova crisi e dalla nascita di un nuovo fenomeno: quello delle “bolle speculative” e dell’eccesso di esuberanza. Quindi una nuova caduta della borsa ed il successivo contagio prima agli immobili ed infine alle materie prime ed i prodotti alimentari.
L’attuale default internazionale è figlio di quegli stessi processi. Neanche questa è una novità. Nel corso di questi ultimi anni abbiamo avuto un susseguirsi di crisi bancarie: in Spagna nel 1977, in Norvegia nel 1978, in Finlandia e Svezia nel 1991, in Giappone nel 1992, ed oggi negli Stati Uniti. Con una differenza che balza, immediatamente, agli occhi. Allora la crisi aveva colpito le arterie del sistema occidentale: non il cuore. La crisi americana ha avuto un effetto devastante proprio perché ha leso quest’organo vitale. Si dice che se non si fosse lasciata fallire Lehman Brothers , oggi non saremmo a questo punto. Può essere. Noi pensiamo invece che i problemi siano ben più complessi e non riconducibili ad un semplice episodio. Esso è stato, indubbiamente, un elemento scatenante, ma la crisi covava sotto le ceneri.
Lo dimostra il fatto che analoghi fallimenti non avevano prodotto le stesse conseguenze. Il default di LTCM, l’hedge fund, gestito da premi nobel dell’economia – un capitale pari a 2,2 miliardi di dollari, prestiti dalle banche per 125 miliardi di dollari, una leva finanziaria pari a 55 volte – nel 1989 non ebbe gli stessi effetti. Come non lo ha avuto l’altro disastro – il salvataggio delle Savings and Loans – alla fine degli anni ’80. In quei casi le perdite furono riassorbite rapidamente. La crisi restò circoscritta all’interno dei confini nazionali, anche se non mancò chi, in Italia, ci lasciò qualche penna.
Per dare completezza alla nostra analisi, non bisogna poi dimenticare le grandi crisi valutarie che in questi anni hanno punteggiato la storia internazionale. Da quella messicana del 1994 a quella asiatica e russa del 1997, per poi spostarsi in Brasile (1999), Turchia (2001) ed Argentina (2002). Crisi che minarono profondamente le economie di quei paesi. Che determinarono gravissimi problemi di carattere sociale. Ma che furono, alla fine, superate al punto tale che la ripresa di quelle stesse economie, in molti casi, ha determinato un cambiamento profondo nella geo-politica del Pianeta. Si pensi solo alla Corea, che di quella crisi fu una delle vittime. Il fallimento di Lehman fu anche dovuto al fatto che il Governo di quel Paese, rinunciò, sul filo di lana della conclusione dell’accordo, ad intervenire nel capitale della banca, ormai agonizzante.
Se non è un “crollo”, questa crisi, allora, cos’è? Coincide, senza dubbio, con la fine di un ciclo. Gli storici che verranno parleranno di questa fase come del più lungo periodo di sviluppo che l’umanità abbia mai conosciuto. Tale da far impallidire, per durata e profondità, la golden age: i mitici anni ’50 che segnarono la ricostruzione post bellica dei paesi occidentali. Con in più una seconda caratteristica. La rinascita di un paese maturo, come gli Stati Uniti, che si voleva da tempo condannato ad un inevitabile declino. Questo era stato il destino che almeno una parte della teoria economica voleva riservargli. E non era solo la vecchia profezia di Carlo Marx e le sue tesi traballanti sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Ma dello stesso Keynes, che non nascondeva il suo pessimismo per le sorti progressive del capitalismo a lui contemporaneo. Da questo insolito connubio era nato tutto il filone teorico – da Paul Sweezy e Paul Baran a Josef Steindl - che faceva dello “stagnazionismo” la chiave di lettura per comprendere l’evoluzione futura dell’occidente, nella sua competizione con il mondo del socialismo reale. Suggestioni, oggi, ritornanti.
La rinnovata crescita americana, dopo un lungo periodo di difficoltà, era stata la prima sorpresa di quella fase. Negli anni ’80 gli Stati Uniti avevano subito un duplice assedio. Da un punto di vista politico, l’orso sovietico – erano quelli gli anni dell’invasione dell’Afganistan – ne insidiava le zone di influenza. Da quello economico, il Giappone sembrava essere sul punto di conquistare un primato assoluto e di invadere, con i suoi investimenti diretti, le stesse roccaforti di Wall Street. L’America era impaurita e timorosa, al punto che alcuni economisti ne teorizzarono la fine imminente come perno dell’equilibrio occidentale. Così non solo non è stato. Ma oggi la crisi americana è crisi di tutto il Pianeta, a dimostrazione della sua inossidabile centralità. Una seconda sorpresa fu la sua durata. Quasi venti anni di sviluppo, seppure turbato da crisi finanziarie – quella della new economy – subito tamponata o da eventi politici drammatici, come gli attentati alle Twin Towers. La breve battuta d’arresto, che comportò quest’orrenda tragedia, fu archiviata nello spazio di qualche mese e l’economia di quel paese, al contrario dell’Unione europea, riprese la sua corsa.
Si consideri, poi, che la golden age fu un fenomeno circoscritto ai paesi occidentali. La ricostruzione post bellica e l’apertura degli scambi ebbe una scarsa influenza sulla restante parte del Pianeta. La guerra fredda isolò e contrappose i due blocchi, che seguirono autonome logiche di integrazione. Il Terzo mondo – ossia la maggior parte del Globo – rimase tagliata fuori da ogni prospettiva di sviluppo, nonostante gli appelli dell’ONU e gli inviti rivolti a dare ossigeno – aiuti, prestiti ed apertura dei mercati – ai “dannati della Terra”. Meccanismi economici perversi - come il fenomeno dello scambio ineguale - trasferivano, costantemente, risorse dalle periferie verso le metropoli del benessere. Il prezzo di un barile di petrolio era, allora, pari ad una manciata di dollari. Mentre quello dei prodotti industriali cresceva costantemente.
Il ciclo degli anni ’90 ha invece progressivamente coinvolto queste aree nel circolo virtuoso dello sviluppo. Ha sottratto milioni di persone all’inedia ed alla pura sussistenza. Ha offerto loro una speranza di vita ed una prospettiva che non trova rispondenza, in tutti i secoli precedenti. Mutamento straordinario: talmente radicale che se l’economia mondiale riuscirà a crescere del 3,9 e del 3 per cento, nei prossimi due anni (2008 – 2009), il carburante verrà solo dal Brasile (3,5 e 5,3%), dalla Cina (9,7 e 9,3 %), dall’India (6,9 e 7,5%) e dalla Russia (7 e 5,5 %) . Paesi che solo 10 anni fa erano la palla al piede dell’economia mondiale, oggi ne sono divenuti il potente motore. Com’è potuto accadere?
Secondo l’Economist , “il sistema finanziario internazionale ha subito nelle ultime tre decadi una grande evoluzione. In questi ultimi anni, poi, la sua crescita è divenuta esplosiva grazie alla presenza di tre elementi simultanei ma distinti: la deregulation, l’innovazione tecnologica e la forte crescita nella mobilità del capitale”. Fenomeni che vanno analizzati sia per comprendere il contributo fornito da ciascuno che le reciproche iterazioni, in modo tale da poter configurare il modello di sviluppo che ne è derivato. Operazione indispensabile se si vuol esprimere un qualche giudizio motivato circa la sua possibile sopravvivenza, dopo la grande tempesta, di questi ultimi mesi.
La deregulation fu, indubbiamente, la conseguenza di una precisa scelta politica, che trovò in Donald Reagan e Margareth Thatcher i suoi principali artefici. Fu la risposta di questi due “cavalli di razza” alla crisi dei rispettivi paesi. L’Inghilterra viveva da tempo nella morsa del declino. Gli Stati Uniti, come abbiamo già detto, soggiacevano all’incubo del “pericolo giallo” e del sorpasso giapponese. La maggior parte dei paesi occidentali, inoltre, era, a sua volta, soffocato dalla morsa della stagflation: fase terminale di quella lunga stagione, ch’era stata segnata da fordismo e dal keynesimo. Le cui ricette incorrevano nella critica corrosiva di nuovi economisti, come Milton Friedman e la scuola di Chicago. La scelta di puntare più sul mercato e meno sullo Stato divenne, in breve, l’unica alternativa per non arrendersi ad un’inevitabile deriva.
Non se ne comprende tuttavia l’enorme successo, che contagiò non solo l’Occidente – determinò il crollo del muro di Berlino e l’avvio di un nuovo corso nella società cinese – se essa non viene letta in un quadro più ampio. Le nuove ricette teoriche erano infatti supportate dai cambiamenti ch’erano, nel frattempo, intervenuti, seppure in forme embrionali, nella società. Una rivoluzione tecnologica, all’inizio silenziosa, aveva preso il via, determinando una rottura profonda dei vecchi paradigmi tecnologici. Essa si basava sull’impiego sempre più massiccio dell’elettronica e dei nuovi materiali ed avrebbe, in breve, creato un ambiente – quello dell’ICT information and comunication tecnology – completamente nuovo e diverso rispetto al passato.
Si vedrà solo in seguito quali sarebbero state le novità più rilevanti. Il loro sviluppo avrebbe consentito al sistema economico di uscire dalla logica del gigantismo industriale, che fino ad allora, grazie alle economie di scala, era l’unico modo attraverso il quale poteva aumentare la produttività di sistema. Dalle organizzazioni complesse e concentrate si sarebbe passati alle strutture a rete: il network che consentiva un downsizing – il rimpicciolimento – delle singole attività da collegare poi attraverso le rete informatica. Sarebbero nate, quindi, le strutture specializzate – l’outsoursing – in grado di abbattere le grandi barriere burocratiche ed i relativi costi, spesso dovuti ad inefficienze di carattere sistemico.
Il volume degli scambi – scambi in senso lato – avrebbe subito un’impennata, dando nuova forza al mercato, il cui spazio sarebbe debordato, occupando le zone grigie che prima caratterizzavano i rapporti all’interno delle strutture burocratiche delle grandi aziende. Sarebbe stato, quindi, possibile segmentare il processo produttivo, ottimizzandone le varie fasi nello sforzo teso alla riduzione dei costi. La fabbrica moderna sarebbe così divenuta, sempre più, il luogo in cui si assemblavano pezzi ottenuti da officine specializzate – tipico è il caso dell’automobile – che non avrebbero lavorato solo per la singola casa madre, ma per il mercato stesso. Nel frattempo tecniche di comunicazione, sempre più sofisticate – si pensi alla TV – avrebbero alimentato il consumo, diversificando, nel brand, prodotti il più delle volte ottenuti da una diversa combinazione degli stessi componenti.
A loro volta, le tecniche informatiche avrebbero abbattuto la dimensione del tempo e dello spazio, fino ad allora conosciuta. Avrebbero reso più rapido e diretto il processo decisionale annullando le barriere burocratiche della vecchia organizzazione verticistica e piramidale. Un impatto violento su tutte le giunture sociali in grado di mettere in ginocchio quei paesi – il blocco del socialismo reale - che avevano nella sola burocrazia la loro forza effettiva. L’URRS crollò anche perché non poteva reggere all’impatto di queste tecnologie che dilatavano gli spazi di mercato e con essi i confini delle libertà individuali.
La rivoluzione nei sistemi di trasporto completò il quadro. Il crollo dei relativi costi, resi possibili dagli automatismi elettronici inseriti a piene mani nelle macchine per la movimentazione, allargarono gli orizzonti. Iniziò, così, quel processo di delocalizzazione verso i confini del mondo, dove un capitalismo, ormai globalizzato, trovava nuove convenienze. E paesi lontani, non solo geograficamente, ma storicamente e culturalmente, divennero i manufacturing hub di tutto il Pianeta. I luoghi dedicati alla produzione manifatturiera.
Questi complessi fenomeni non sono accaduti per caso. Le nuove tecnologie racchiudevano in se caratteristiche completamente diverse, rispetto al passato industriale di ciascun paese. Erano pervasive. Riuscivano ad entrare in tutte le produzioni manifatturiere. Ne modificavano il profilo – come è avvenuto per la componente elettronica delle automobili – migliorandone la qualità ed il prezzo. Investivano il campo dei servizi, riducendo i tempi morti, eliminando le mansioni più ripetitive, qualificando quelle più povere di contenuto. Se nel vecchio mondo fordista, la produttività nasceva nella grande fabbrica industriale. Nel nuovo mondo essa è la risultante di un’attività diffusa. Della cosiddetta “produttività totale dei fattori” : come dicono, ora, gli economisti. Costretti a studiare il modello americano che di questi insegnamenti ha fatto virtù, ottenendo i grandi risultati di questi ultimi anni.
Una grande clonazione: ecco cosa hanno prodotto le nuove tecnologie. Ma questa progressiva larghissima diffusione, a sua volta, è stata conseguenza di una loro specifica tecnica: la cosiddetta legge di Moore , dal nome di colui che l’enunciò. Secondo questa generalizzazione, fondata sull’osservazione empirica, la potenza dei microprocessori raddoppia, in media, ogni 12 – 18 mesi. E seppure i costi di produzione aumentano, alla fine, il costo unitario della loro utilizzazione scende continuamente. Come è possibile verificare quotidianamente. Abbiamo computer sempre più potenti ad un prezzo sempre più basso e lo stesso capita per le nostre comunicazioni. Il cui costo scende sia intermini reali che nominali. Si spiega così il loro continuo sviluppo: determinato dal fatto che queste produzioni, in proporzione, sono quelle sempre meno costose e quindi più convenienti.
Qual è stato il loro riflesso di carattere macroeconomico? Per capirlo è necessario analizzare un secondo fattore, che esse stesse hanno contribuito a determinare: il fenomeno della delocalizzazione, impensabile senza le moderne tecniche della comunicazione. Le conseguenze macroeconomiche di questo processo sono state identiche. La ricerca di una maggiore convenienza economica ha spinto le imprese – prima le multinazionali poi le altre – ad investire dove i costi – specie quelli del lavoro – erano più bassi e le materie prime più abbondanti. I prodotti realizzati sono stati ottenuti ad un costo minore, grazie al quale si è potuto far concorrenza a quei paesi che, negli anni precedenti, avevano un vantaggio competitivo. Ne è derivata una guerra dei prezzi che ha portato al fallimento delle produzioni più costose ed allo sviluppo di quelle più economiche.
Questo secondo processo ha cambiato il volto dell’economia mondiale. La vecchia teoria del commercio internazionale prevedeva una rigida gerarchia: ai paesi sottosviluppati il compito di produrre i beni più semplici dal punto di vista merceologico, materie prime e prodotti agricoli. Ai paesi più sviluppati era invece riservata la produzione a maggior valore aggiunto. Oggi questa divisione non esiste più. Né essa è difendibile da un punto di vista teorico, come ha dimostrato Paul Krugman, il nuovo premio Nobel per l’economia, con le sua “new trade theory” . Ora la concorrenza è globale. Ciascun paese può produrre quello che vuole. L’unico elemento che conta è la sua forza competitiva: vale a dire la capacità di vendere la propria merce con un rapporto qualità – prezzo migliore dei suoi diretti competitori. Con quali conseguenze ai fini del funzionamento del mercato?
La prima di carattere sociale, la seconda di natura squisitamente economica. Nel mondo delle “economie chiuse” – con scambi limitati anche se crescenti com’era avvenuto fino agli anni ’80 – le grandi imprese, che dominavano il mercato interno, erano anche in grado di fissare, con tecniche di tipo oligopoliste, il livello dei prezzi. Ne derivava un extra profitto che poteva essere ripartito – sulla base dei diversi rapporti di forza - tra tutti coloro che avevano contribuito alla produzione. Si diceva allora che i vantaggi del progresso tecnico si ripartivano grazie ad un aumento delle retribuzioni dei fattori che avevano contribuito al suo sviluppo. Ripartizione che avveniva seguendo logiche complesse racchiuse nel circuito “imprese – Stato – organizzazione dei lavoratori”: quindi sindacati. Se la lotta per la redistribuzione delle risorse – utili, salari, spesa pubblica– sconfinava oltre i livelli di produttività realizzati, la conseguenza era la crescita del processo inflazionistico.
La nuova spinta competitiva derivante dalle produzioni ICT e da quelle provenienti dai mercati esteri ha scardinato questo modello. Grazie alla maggiore concorrenza, la fissazione dei prezzi è tornata ad essere una prerogativa del mercato. Con un tallone di riferimento – quello della produttività – che può essere difficilmente alterato dalla persistenza di logiche oligopoliste, sempre meno compatibili con la nuova dimensione internazionale che lo stesso mercato ha assunto. Il cambiamento, da un punto di vista macroeconomico, è stato radicale. Nelle nuove condizioni storiche, infatti, i vantaggi di produttività non si ripartiscono più, come negli anni ’70 e ’80, ma, traducendosi in una continua caduta dei prezzi, sia pure relativi, vanno a vantaggio direttamente del consumatore. Ne consegue che il processo inflazionistico che, in precedenza, era una componente ineliminabile dello sviluppo, in questi ultimi 15 anni è quasi scomparso.
Nel valutare le conseguenze della crisi finanziaria ed il suo stesso decorso, questi dati devono essere tenuti presenti. Si tratta di cambiamenti in larga misura irreversibili. Che la crisi finanziaria non sarà in grado di rovesciare, se non al prezzo di una vera e propria catastrofe. Come accadde del resto agli inizi del ‘900 quando la prima globalizzazione che la storia ricordi fu, appunto, fermata dallo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale. Ipotesi oggi impensabile, visto il livello di distruzione della tecnologia militare. Il mercato dei prossimi anni rimarrà pertanto quello che abbiamo descritto: più scambi internazionali, più concorrenza, più produttività, quale presupposto di una maggiore crescita economica, a sua volta, precondizione di una qualsivoglia politica redistributiva.
Entrambi questi processi – forte sviluppo tecnologico ed integrazione dei mercati – sarebbero risultati impossibili senza un corrispondente sviluppo del sistema finanziario che ha fatto da traino ad entrambi, ma che a sua volta è stato trainato dalle conseguenze monetarie – la bassa inflazione – di quel modello. Il suo contributo è stato determinante. Ha valorizzato i primi successi – si pensi alla storia di Steve Jobs e Steve Wotziac gli inventori di Apple – ha finanziato gli investimenti diretti nei quattro continenti che sono all’origine del trasferimento di tecnologie verso i paesi a recente industrializzazione ed il loro continuo sviluppo. Insomma, il sistema finanziario ha costruito le grandi arterie su cui è cresciuta, in tutti questi anni, l’economia mondiale ed il commercio internazionale.
Le cifre della sua enorme espansione sono testimonianza degli sforzi effettuati. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali il volume delle attività finanziarie era pari, nel 2007, a 11 volte il PIL mondiale. Qualcosa come 600 mila miliardi di dollari. Crescita vertiginosa che si è manifestata, soprattutto, negli ultimi 10 anni. Nel 1998, ad esempio, il volume delle attività finanziarie era pari a “solo” 75 mila miliardi di dollari: due volte e mezzo il PIL mondiale. Negli ultimi 30 anni, la ricchezza finanziaria dei paesi sviluppati è aumentata di 5 volte. L’Italia, com’è noto, è il paese con la più alta ricchezza finanziaria pro – capite (circa 8 volte), in rapporto al reddito. Una montagna, tuttavia, che poggiava su una base materiale – il PIL mondiale – troppo ristretta per sorreggerla. Era prevedibile che, prima o poi, la legge di gravità avrebbe fatto valere le proprie prerogative.
Come si è arrivati a tanto? E perché la crisi non è esplosa prima? Per la verità segnali ce n’erano stati. A partire dal 1987, con la prima grande crisi di borsa, che nello spazio di qualche giorno aveva determinato perdite gigantesche. Ad essa fece fronte Alain Greenspan, il presidente della FED la banca centrale americana, con la sua politica monetaria. Il crollo fu arginato immettendo liquidità nel sistema: operando, cioè, in modo diametralmente opposto a quanto era avvenuto con la crisi del ‘29. Per Greenspan fu un trionfo personale che lo trasformò in un vero e proprio guru. Da quel momento divenne, infatti, l’artefice incontrastato della politica economica americana ed una leggenda vivente.
Lo scampato pericolo portò, tuttavia, a trascurare le possibili insidie. Il clima congiunturale, del resto, era disteso. L’inflazione era contenuta da quei fenomeni che abbiamo appena illustrato. La moneta poteva diventare, pertanto, il lubrificante che rendeva più fluidi i meccanismi dello sviluppo economico complessivo. Era giusta questa previsione? Solo in parte. Nel sistema economico le crisi congiunturali sono un po’ come l’influenza. Se al minimo accenno di tosse si somministrano antibiotici lo stato flogistico si combatte, ma l’organismo si indebolisce. Greenspaan fece continuamente ricorso alla leva della liquidità per combattere i momenti di crisi. Lo fece quando fallì LMTC quando scoppiò la bolla speculativa della “new economy”. Le crisi furono arginate, ma il travaso di liquidità investì, via via, altri assets: passò prima sugli immobili, quindi sulle materie prime ed i prodotti alimentari. Quest’ultima circostanza, in particolare, fece venir meno le favorevoli condizioni di partenza. I prezzi iniziarono a salire, rendendo più guardinghe le Banche centrali. Le aspettative per un rialzo dei tassi di interesse, che avrebbe posto un freno all’eccesso di liquidità, divennero sempre più consistenti. E fu l’inizio della crisi.
Qual’era il limite sistemico della politica seguita in precedenza? L’abbassamento del livello di guardia. Una soglia prudenziale relativa all’attività di investimento sempre più bassa: il cosiddetto “merito del credito”. Come in ogni mercato il valore relativo del singolo bene è dato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Se l’offerta di credito, a seguito di un eccesso di liquidità deborda, gli operatori finanziari sono spinti alla caccia del possibile cliente. La concorrenza li spinge non solo a praticare condizioni eccezionali, ma anche a chiudere più di un occhio rispetto alla solvibilità del proprio interlocutore. Il fallimento di Enron, che nello spazio di pochi anni era divenuta la settima multinazionale americana, e gli altri che seguirono, comprese le appendici italiane (Cirio e Parmalat), erano stati i segnali premonitori. Dimostravano che i sistemi del controllo interno ed esterno non funzionavano più da tempo. Che, nella gestione del credito, era facile sbandare e creare disastri.
Si poteva fare diversamente? I vincoli di carattere politico all’interno dei quali la FED era costretta ad operare erano pesanti. La congiuntura interna doveva essere sostenuta, per garantire agli Stati Uniti un tasso di crescita adeguato. Nello stesso tempo si doveva dare copertura al suo doppio deficit: quello delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e quello federale. Entrambi riflesso dei costi dell’egemonia non solo politica ma militare del più forte paese occidentale. Ed entrambi destinati a generare debito. Gli ultimi dati (luglio 2008) indicano che il debito estero americano è pari a 2.676 miliardi di dollari ed il deficit di bilancio di 400. L’eventuale aumento dei tassi di interesse avrebbe comportato una consistente crescita dei relativi oneri. Se la FED, nella sua autonomia, era di manica larga, la stessa Amministrazione non poteva che gioirne. Tanto più che i paesi finanziatori (soprattutto Giappone, Cina, Regno Unito e paesi produttori di petrolio, che ne detengono oltre il 60 %) non mostravano segni di inquietitudine.
Naturalmente qualcuno ci rimetteva. Il popolo dei risparmiatori – cioè gli stessi detentori di quella ricchezza finanziaria che nel frattempo si accumulava – non erano adeguatamente retribuiti. I depositi bancari era compensati da un tasso di interesse che era più basso della seppur bassa inflazione. Subivano, cioè, tassi di interesse negativi, in termini reali con conseguenti perdite in conto capitale. Che come premio all’astinenza dal consumo non è, poi, una grande cosa. Le reazioni, pertanto, non si era fatte attendere. In due opposte direzioni: la ricerca di investimenti alternativi ai depositi bancari; la spinta ad anticipare il consumo, con il ricorso al debito, sfruttando cioè a proprio favore i vantaggi di una congiuntura particolarmente felice.
La prima attività fu indubbiamente favorita dalle nuove tecnologie. La rete dei computer offriva al singolo la possibilità di accedere direttamente al tempio della finanza. Come spesso capita, quando una tecnologia diventa dominante, essa crea, a volte, una propria cultura. In quegli anni il trading domestico, in borsa, prima della bruciante caduta degli inizi del 2000, divenne uno sport di massa. La seconda via di fuga fu la crescita dei consumi, grazie alle maggiori facilitazioni creditizie. Nel 1986 il debito della famiglia media americana era pari all’80% del suo reddito disponibile. Nel 2000 questa percentuale era divenuta pari al 100 per cento per raggiungere, infine, la soglia del 140 per cento nel 2007. Gli altri paesi occidentali, con la sola esclusione dell’Italia (dove il debito è all’incirca pari al 50 per cento del reddito disponibile), seguivano, più o meno, lo stesso indirizzo. Insomma era una grande euforia collettiva. Tante cicale e pochissime formiche.
Debito pubblico, quindi, e debito privato: sono stati questi gli ingredienti principali che hanno sostenuto lo sviluppo ciclico degli anni ’90. Se ci si allontana dall’albero, per vedere meglio la foresta, il sistema messo in piedi somigliava, pur con le necessarie differenze, alle tecniche di tipo keynesiano degli anni ’70 ed ’80. Allora la domanda interna (consumi ed investimenti) era sostenuta direttamente dalla mano pubblica. Era lo Stato che si indebitava, ipotecando la vita delle generazioni future. Nel ciclo degli anni ’90 questa funzione è stata invece svolta dal sistema finanziario nel suo complesso, che ha offerto risorse ch’egli stesso era in grado di creare, bipassando ogni controllo di carattere sistemico. Ha quindi ragione, seppure parzialmente, Silvano Andriani quando afferma ”le retribuzioni sono rimaste stagnanti, alla maggioranza della popolazione è stata preclusa la possibilità di partecipare ai benefici della crescita della produttività, ma le è stato concesso di indebitarsi facilmente”. Ciò che non funziona è la prima parte del suo ragionamento. Le retribuzioni non sono aumentate e, dati i vincoli di carattere competitivo non potevano aumentare, proprio a causa di uno sviluppo della produttività non coerente con la crescita della domanda complessiva. Il vuoto che ne è derivato è stato colmato dal trasferimento delle risorse finanziarie, per il tramite degli intermediari privati. Trasferimenti che hanno riguardato sia gli Stati: dai paesi in surplus (principalmente Cina e Paesi produttori di petrolio) ai paesi in deficit (soprattutto USA). Sia le famiglie. In entrambi i casi, questo è stato possibile grazie alla maggior liquidità che il sistema finanziario, stante il basso livello dei tassi di interesse di riferimento, era in grado di creare.
Poteva durare all’infinito? La risposta di Hyman Minsky, un economista americano che ha dedicato una vita allo studio dei mercati finanziari, è negativa. La contraddizione era all’interno del modo di funzionare dei mercati finanziari. Secondo le sue osservazioni, i periodi di stabilità, specie se sono particolarmente lunghi, portano spesso a degli eccessi che culminano in una crisi. E questo capita tanto più spesso, e con maggior violenza, quanto più i mercati sono liberi. In queste circostanze, infatti, le aspettative sono al rialzo, finché non si raggiunge un punto limite, oltre il quale si ha una caduta rovinosa.
L’ipotesi è condivisibile, specie se corredata dall’osservazione empirica. Per gestire risorse finanziarie delle dimensioni che abbiamo indicato (11 volte il PIL mondiale) le grandi banche dovevano disporre di un adeguato patrimonio. Le regole internazionali (Basilea 1 e Basilea 2), che sono alla base dell’attività di vigilanza delle banche centrali, stabiliscono, infatti, dei ratio tassativi. In genere il rapporto tra il patrimonio netto ed il totale dell’attivo, ponderato con parametri diversi a secondo del rischio implicito nelle diverse operazioni di finanziamento, non deve essere inferiore all’8%. Se questo coefficiente patrimoniale diventa più basso, la banca centrale ordina una riduzione dell’esposizione creditizia o un aumento del capitale sociale. E’ quanto avvenuto per Unicredit all’indomani della crisi.
Sono stati rispettati questi parametri? La risposta è negativa. In Francia questo coefficiente risulta essere pari solo al 2,7%, in Germania al 2, in Gran Bretagna al 4,4. Solo in Italia, con un valore medio pari al 7,9%, la prudenza non è venuta meno. E questo spiega la maggior solidità relativa del nostro sistema bancario. Per alcune banche europee, al centro della crisi, si erano toccati livelli ancora più bassi: 1,8 per Deutsche Bank, 2,04 per UBS, 2,1 per Ing, 1,2 per Hypo Real State, 2,3 per Commerzal Bank, 2,1 per Deutsche Post. Agli stessi risultati si giunge se si considera la leva finanziaria: vale a dire il rapporto tra attivo finanziario e patrimonio netto. Barclays aveva un volume di impegni pari a 61 volte il suo patrimonio, Deutsche Bank a 53 volte. Valori irrealistici.
Per avere un termine di paragone si consideri che mentre le banche americane prestano, in media, 1 dollaro per ogni 96 cent di depositi. Quelle europee ne impiegano 1,40 per ogni euro. Sono, cioè, mediamente più esposte. Infatti la leva finanziaria delle banche americane è mediamente più corta, con un coefficiente che non supera le 30 volte. Era pari a 31 per Lehman Brothers, prima del fallimento e a 23 per Goldman Sachs. Come si spiega allora che l’epicentro del sisma si è collocato proprio a Wall Street? Per rispondere a questa domanda, sono necessarie due considerazioni. La prima è specifica. Riguarda cioè le caratteristiche del sistema finanziario americano e le sue diversità, rispetto alla situazione europea.
Negli USA esiste una distinzione netta tra le banche commerciali e quelle di affari. Queste ultime erano rappresentate dalle cosiddette Big Five – Bear Sterns, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Goldman Sachss e Morgan Stanley – banche che, non a caso sono fallite o in procinto di essere acquistate da altre istituzioni finanziarie. Per una decisione improvvida di Bill Clinton esse erano state sottratte al controllo della FED ed affidate alle cure della SEC, l’organismo di vigilanza che, al pari della CONSOB italiana, sovrintende alle società quotate in borsa. Esse erano state, quindi, sottratte ai vincoli della regolamentazione prudenziale . Potendo operare liberamente ed irresponsabilmente, esse sono divenute un dei vettori principale della crescita esponenziale degli aggregati creditizi.
La considerazione di carattere più generale riguarda, invece, tutte le banche ed entrambi i modelli. In Europa, infatti, non esiste una distinzione tra banche commerciali e banche d’affari. Esse, sulla base dell’esperienza tedesca che ha fatto scuola, sono universali. Esercitano cioè le funzioni tradizionali di retail – raccolta di depositi – e quelle che negli USA erano, invece, riservate alle banche d’affari. Nella loro pancia, sebbene sottoposte ai vincoli della regolamentazione prudenziale, sono, pertanto, presenti entrambe le operazioni:. Come si spiega allora la forte crescita degli aggregati creditizi? La vigilanza delle banche centrali non doveva esercitarsi prima che i buoi fuggissero dalla stalla?
Per capire quanto è successo, basta un dato. Nel 2001 il valore dei crediti cartolarizzati era già superiore all’attivo di tutte le banche. Da allora questi prodotti sono lievitati a ritmi impressionanti, contribuendo a dilatare la piramide dell’esposizione creditizia. Per ottenere questi risultati sono stati inventati di volta in volta nuovi strumenti che hanno assunto le denominazioni più diverse: subprime, vehicle, conduit, asset-backed commercial paper, collaterizzated debt obligations, derivates, monolines, hedge fund. Ciascuno di questi prodotti rispondeva a caratteristiche ed esigenze diverse. Avevano tuttavia qualcosa in comune. La banca poteva sbarazzarsi del credito concesso. Lo poteva impacchettare in un fondo comune di investimento che veniva immesso sul mercato per farlo vivere di vita propria. Poteva essere ceduto ad altri risparmiatori, garantendo loro un rendimento adeguato. Almeno fin quando il debitore originario era in grado di fare fronte ai suoi impegni.
Grazie a questo sistema, una specie di catena di Sant’Antonio, i volumi di credito subivano una moltiplicazione senza precedenti. Il gestore del fondo, infatti, con le quote vendute sul mercato poteva confezionare nuovi pacchetti e porli nuovamente in vendita. Ne avrebbe ottenuto ulteriori risorse per continuare nel gioco iniziale. Operando in questo modo le banche riducevano, ma solo in apparenza, la loro esposizione creditizia. Quelle voci, infatti, una volta cedute, uscivano dai loro bilanci, contribuendo ad accrescere i coefficienti patrimoniali.
Che l’operazione fosse rischiosa era evidente. Finché il mercato teneva, le cose andavano per il verso giusto. Ma un eventuale cambiamento del clima avrebbe determinato conseguenze imprevedibili. Per cautelarsi molte banche e gestori di fondi avevano assicurato la loro attività dai rischi futuri. Negli USA il principale collettore delle relative polizze era stato AIG – American International Group – la più grande compagnia d’assicurazione del mondo che garantisce il pagamento delle pensioni di milioni di americani. Al suo interno operava una divisione finanziaria che si comportava come un banca d’affari. Aveva investito in derivati oltre 300 miliardi di euro, stipulando polizze contro credit default swaps. Per coprire questo impegno finanziario, a sua volta aveva emesso titoli collocati presso la propria clientela. Quando il mercato dei subprime è collassato, i fondi di investimento hanno preteso il risarcimento ed AIG si è trovato nei guai. Conseguenza? E’ dovuto intervenire il Tesoro americano con un prestito di 118 miliardi di dollari (seppure in due tranche), a fronte del quale acquisterà l’80 per cento del capitale della compagnia di assicurazione.
Lo sviluppo del mercato dei subprime ha rappresentato il punto di non ritorno. La buccia di banana su cui sono cadute le ambizioni della “nuova finanza”. Si trattava di mutui concessi a persone non solvibili, che non erano in grado di sostenere nel tempo la relativa rata di ammortamento. Perché si sia sviluppata questa attività oltre ogni ragionevole limite, ancora non è del tutto chiaro. C’era, ovviamente, la concorrenza tra banche e la loro smania di profitto. Ma c’erano, soprattutto, Fannie Mae e Freddie Mac, che riacquistavano i mutui ipotecari – anche su input di una politica all’insegna dello Stato compassionevole – per poi ricollegarli sul mercato attraverso nuovi titoli: i mortage-backed securities. Il rischio, in altri termini, dalle banche private veniva trasferito nella mani provvidenziali di una struttura semi – pubblica e da questa diluito tra migliaia di investitori, spesso ignari del rischio che correvano.
Così Giuliano Amato ha riassunto la situazione: “si sono messi in circolazione titoli di credito sulla base di criteri probabilistico – assicurativo e non più sulla base di pre – esistenti garanzie e di è in tal modo cartolarizzata ogni forma di previsione salvo le previsioni del tempo. Lo si è fatto da parte di istituzioni che, a differenza delle vecchie care banche, non erano alimentate dalla tradizionale forma di raccolta bancaria e le stesse banche, per sottrarsi alle regole di Basilea 1 e Basilea 2, hanno sviluppato attività finanziarie “innovative” fuori bilancio”. Difficile non essere d’accordo con quest’analisi. Con una sola piccola aggiunta velenosa. Le banche sapevano quel che facevano. Erano, al tempo stesso, consapevoli e collusive. Sedute su un barile di polvere, speravano solo che nessuno accendesse la miccia.
Quando questo è avvenuto, con il fallimento di Lehman Brothers, la deflagrazione è stata inevitabile. Nessuno se l’aspettava. Tutti ritenevano che, alla fine, il caro vecchio Zio Sam, per essere il linea con il ragionamento di Giuliano Amato, sarebbe intervenuto per scongiurare il disastro. Ma così non è stato ed allora è scattato il “si salvi chi può”. Il credito interbancario – la linfa vitale – che alimenta i vasi comunicanti del sistema creditizio si è bloccato. Nessuno è stato più disposto a fare credito ad altri istituti, paventando il rischio di una loro possibile insolvenza. Quindi tutti sapevano. Sapevano della presenza di “titoli tossici” nascosti, come fosse una discarica abusiva, nei bilanci delle singole aziende. E temevano che questa intossicazione potesse, presto, degenerare in un’epidemia.
Negli anni della normalità bancaria l’euribor o l’overnight – il tasso di interesse al quale le banche americane ed europee si prestano i denari occorrenti per garantirsi la liquidità necessaria a breve termine – era pari allo 0,08 per cento in più del tasso di riferimento, deciso dalla banca centrale. Durante la tempesta, il suo valore era schizzato ad oltre il 5%, contro un tasso di riferimento del 3,5% in Europa e del 2% negli Stati uniti. Con una differenza di oltre 200 punti base; differenza che esprimeva il premio per il rischio. Misura, tuttavia, insufficiente per sbloccare il mercato interbancario. Dove le transazioni erano bloccate dalla percezione di un rischio sistemico, che nessuna polizza assicurativa riusciva ormai a coprire.
Da quel momento la crisi si è sviluppata con la forza di una reazione a catena. Ed è iniziato il lungo elenco dei caduti: Bear Strerns, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Fannie Mae e Freddie Mac, AIG, Wachovia, Washington Mutual, nei soli Stati Uniti. Northern Rock, Royal Bank of Scotland, Lloyds e Hbos in Gran Bretagna. SachsenLB, WestLB, IKB e Hypo Real Estate in Germania. Dexia in Francia, Belgio e Lussemburgo. Fortis, in Belgio. Si è passati quindi a calcolare le possibili perdite. Qualche mese fa il FMI le aveva indicate in 900 miliardi di dollari. Divenute 1.400 a distanza di poco. Ma analisti privati parlano di 5.000 miliardi di dollari. Non è un’esagerazione, se si considera che finora gli stanziamenti previsti dall’insieme dei Governi occidentali, per far fronte alla crisi, tra garanzia sui depositi, prestiti e ricapitalizzazione, ammontano a 2.310 miliardi di euro. Un disastro, che non ha precedenti negli ultimi 70 – 80 di storia.
Ma qual è stata la molla che ha spinto il sistema finanziario a lanciare il cuore oltre l’ostacolo? Perché banche e gestori si sono dati da fare ad inventare sempre nuovi prodotti con il loro intreccio perverso ed alla fine inestricabile? C’è una duplice risposta a questo interrogativo. La prima è relativamente semplice. I risparmiatori erano alla ricerca di qualcosa di più sostanzioso di un semplice interesse negativo, in termini reali, sul loro stock di ricchezza finanziaria. Avevano prima provato con la borsa e gli era andata male. Quindi con gli immobili e qui erano riusciti seppure, temporaneamente, ad ottenere plusvalenze sostanziose: il cosiddetto “effetto ricchezza” subito monetizzato per sostenere i consumi. Erano, pertanto, disponibili ad affidare i loro risparmi a professionisti in grado di farli fruttare meglio di quanto potesse fare la tradizionale attività di banca.
La “nuova” finanza è riuscita ad intercettare questa domanda. L’ha, al tempo stesso, intercettata e sollecitata, spingendo i propri depositanti ad un migliore impiego delle proprie disponibilità. Perché l’abbia fatta è facile da comprendere. Queste nuove attività rendevano commissioni di gran lunga superiore al margine tradizionale: vale a dire la differenza tra i tassi attivi praticati alla clientela e quelli passivi pagati per i depositi. Si trasformavano in margini di profitto che acquistavano, all’interno dei bilanci aziendali, un’importanza sempre maggiore. Per fare solo un esempio, in Italia, nel 2007, esse hanno contribuito per circa il 33 per cento ai ricavi complessivi: 22.343 miliardi, su un totale di 66.707. Era, quindi, chiaro che, alla fine, questa sarebbe divenuta la componente più dinamica dei risultati di gestione.
L’innesto di questa attività determinava nelle banche europee – per gli USA a questo pensavano soprattutto le banche d’affari – una mutazione organizzativa profonda. L’attività di retail rimaneva una sorta di binario morto, legato alla routine quotidiana. L’attività di investimento per conto terzi una specie di filone d’oro che solo pochi – il medio ed alto management – riuscivano a sfruttare. Come? Con retribuzioni adeguate agli utili che questa nuova attività portava alla banca. Si spiegano così gli appannaggi milionari e lo scarto che si determinava tra lo stipendio del semplice sportellista o del travet tradizionale rispetto a colui che aveva l’incarico di seguire un pacchetto di clienti dalle uova d’oro.
Il fenomeno era stato intuito fin dagli inizi degli anni ’90, quando Robert B. Reich aveva parlato degli “analisti simbolici” . Di quei manager o specialisti che hanno come punto di riferimento del loro lavoro il mercato internazionale, ma nessuno pensava che il fenomeno potesse diffondersi così profondamente all’interno delle strutture finanziarie. E soprattutto che assumesse un profilo di carattere etico, su cui istituzioni civili e religiose e qualche stesso banchiere hanno richiamato da tempo l’attenzione . Ma non è nemmeno questo il punto decisivo. I guasti prodotto dall’avidità dei manager si misureranno nei mesi successivi, con il decorso della crisi. Diverrà allora chiaro quanto queste scelte sbagliate, motivate esclusivamente dal tornaconto personale, hanno prodotto.
Altro che “creazione di valore” per gli azionisti. Era questa la motivazione che doveva giustificare il livello delle retribuzioni che i manager hanno preteso. Per verificarne la fondatezza occorrevano soggetti autonomi ed indipendenti capaci di scorporare dal rendimento lordo di ciascuna operazione il crescente premio per il rischio. Solo, allora, si sarebbe potuto calcolare quanto il manager aveva creato, nel medio periodo, per i propri azionisti per parametrare la relativa retribuzione. Ci volevano, in altri termini, agenzie di rating diverse da quelle che si sono dimostrate. Soggetti collusivi, più che di controllo, minati da profondi conflitti di interessi. Molto dei quali dovuti, a loro volta, alle alte retribuzione percepite dai rispettivi manager.
Oggi questi legami perversi stanno venendo alla luce. E’ difficile non essere d’accordo con Enrico Micheli, quando dice di essere rimasto “esterrefatto” dopo aver visto gli “stipendi dei manager”. Lui che non era certo “digiuno di certe cifre essendo stato direttore generale dell’IRI” . Che del resto non sia solo un caso italiano è dimostrato da quanto sta accadendo negli altri paesi. Sarkozy ha detto chiaramente che “i manager che hanno sbagliato devono essere sanzionati”. Ha quindi confermato che è sua intenzione proporre alla Francia nuovi principi etici, una diversa regolamentazione della governance e, soprattutto, regole differenti per la loro retribuzione.
In Germania, Peer Steinbruck, ministro delle Finanze, ha posto come condizione per ottenere aiuti di Stato che i manager non abbiano stipendi superiori a 500 mila euro. Gordon Brown, in forte risalita dopo gli insuccessi dei mesi precedenti, ha affermato che “in futuro bisognerà remunerare chi prende rischi in modo responsabile”. La FSA – l’organismo preposto alla vigilanza – invierà una lettera a tutti i CEO – chief executive officer, i nostri amministratori delegati – dove chiederà una diversa regolamentazione delle retribuzioni. Intanto, Fred Goodwin, amministratore delegato di Royal Bank of Scotland, salvata dal Governo inglese, lascerà il suo incarico senza alcun compenso. Sorte che condividerà con Andy Hornby e Lord Sennis Stevenson di HBOS, l’altra banca salvata dallo Stato.
Misure analoghe sono state prese negli Stati Uniti. La regola sarà che gli stipendi dei manager potranno essere deducibili, come costi aziendali, solo fino ad un limite massimo di 500 mila dollari. L’eventuale eccesso di generosità graverà interamente sugli utili aziendali. I bonus, a loro volta, saranno subito tassati del 20 per cento, ed avranno una minore ulteriore deducibilità. Lo spirito è quello che si diceva in precedenza. Come ha ripetuto più volte Henry Paulson, segretario del Tesoro, “i programmi di incentivi per gli stipendi non dovranno spingere i manager a prendere rischi eccessivi.” Prima dello scoppio della crisi, la Commissione europea aveva ventilato l’opportunità che la deduzioni massima per ciascun dipendente non potesse essere superiore ai 500 mila euro. Questione di etica: si disse allora. Di rigore economico – aggiungiamo noi – all’indomani del collasso finanziario.
Giulio Tremonti, dal canto suo, ha più volte ribadito che l’eventuale intervento dello Stato nelle banche italiane, comporterà anche una riorganizzazione interna che non potrà non investire il vecchio gruppo dirigente. E’ una linea che si muove in sintonia con quanto sta avvenendo negli altri paesi occidentali. Il moral hazard va giustamente colpito. Ma soprattutto è necessario disinnescare i meccanismi che lo determinano. Sotto questo profilo una diversa regolazione fiscale dei redditi più elevati può contribuire alla giusta soluzione. Tanto si è cominciato con il tassare le stock option, eliminando vecchi privilegi. Non si dimentichi, infatti, che una parte di quegli eccessi gravano sugli altri contribuenti. Che, seppure indirettamente, sono chiamati a rifondere lo Stato per i mancati introiti derivanti da un eccesso di generosità, tutt’altro che meritato.
Come si vede le componenti che hanno determinato il collasso finanziario sono tra loro diverse, anche se complementari nella spinta che hanno impresso al superamento di ogni regola di prudenza. Vi hanno contribuito fattori macroeconomici ed andamenti settoriali. Contingenze congiunturali e profili che attengono al campo sociologico. Per definire la giusta terapia sarà necessario averli tutti presenti ed intrecciare i diversi piani. Occorrerà ridiscutere i rapporti internazionali non separando, come è avvenuto finora, gli aspetti commerciali da quelli valutari. Finora si è chiuso un occhio sulla Cina. La cui moneta è da tempo sottovalutata. Questo vantaggio relativo le ha consentito di accumulare riserve finanziarie che poi sono state investite negli Stati Uniti. Un compromesso che ha retto fin quando il sistema finanziario internazionale è stato in grado di gestire, senza rischio, un gigantesco riciclaggio. Ma ora questa strada è preclusa. Occorrerà pertanto individuare nuove soluzioni.
Un secondo aspetto riguarda la presenza dello Stato. Negli anni ’70 ed ’80 l’eccesso di statalismo e di dirigismo portarono il sistema economico occidentale sull’orlo del collasso. Il “mercatismo” degli anni ’90, a sua volta, si è dimostrato altrettanto pericoloso. Forse occorre una nuova sintesi. L’esperienza che stiamo vivendo dimostra che il “keynesimo dei privati” non è in grado di dare stabilità al sistema. Esso amplifica le componenti cicliche dell’economia. Crea un’asimmetria che si manifesta nelle forme dell’esuberanza irrazionale e nel successivo inevitabile crollo. E’ successo per la new economy, quindi per il boom edilizio, infine per la “nuova” finanza. Occorre pertanto un presidio pubblico che sappia regolare diversamente il ciclo economico. Intervenire tempestivamente quando si manifestano i primi segni di surriscaldamento. Domare l’incendio prima che divampi. Il tutto nel rispetto del mercato che deve rimanere al centro dell’attività economica, ma all’interno di regole definite che spetta alla politica indicare.
Questa è la vera sfida che sta di fronte a tutti. Oggi la politica non gode di buona stampa. E’ vista come momento di separatezza. Una casta – ma allora i manager? – che non ha più a cuore le sorti delle moltitudini. C’è del vero in tutto questo. Ma anche un interrogativo che rimane. Senza la politica il mondo va meglio? Se ci fossimo fermati solo a qualche anno fa la risposta poteva essere anche positiva. Il mondo cresceva a ritmi elevati. Il credito concesso a piene mani aveva quasi fatto dimenticare che l’economia è una scienza triste: perché misura sempre il dare con l’avere. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. E si è riscoperto che la politica, per quanto poco attraente possa apparire, è comunque necessaria. La speranza è che essa stessa possa imparare dalla realtà e compiere quel balzo in avanti, in termini di qualità ed affidabilità, che è necessario per misurarsi con i difficili problemi del momento.

************************************************************************************************************************************** L’Economist del 11 ottobre 2008: Saving the system pa. 13 Giuliano Amato: Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati Il Sole 24 ore 5/10/2008. Si veda ad esempio Luigi Spaventa: Lehman andava salvata. Intervista di Tonia Mastrobuoni. Il riformista del 15 X 2008 In Lmtc erano presenti forti investimenti del Fondo pensione della Banca d’Italia Paul Sweezy e Paul Baran: Il capitale monopolistico. Einaudi 1978 Josef Steindl: maturità e ristagno nel capitalismo americano. Einuadi 1960 Charles P. Kindleberger: I primi nel mondo, l’egemonia economica dalla Venezia del ‘400 al Giappone di oggi. Donzelli 1997 Si veda, per tutti, Franz Fanon: Opere scelte, Einaudi 1971 Emmanuel Arghiri: l’èchange inegal, Maspero 1969 Banca d’Italia – Bollettino economico ottobre 2008, pag 8 Economist 11 – 17 ottobre 2008 – Inserto speciale: A special report on world economy pac.10 Salvatore Rossi: La nuova economia – i fatti dietro il mito. Il Mulino 2003 Gordon Moore, fondatore di Intel insieme a Robert Noyce Paul Krugman : Economia internazionale Hoepli 1991 Lines, Il mondo dopo Wall Street, pag. 9 (numero 5) Economist, cit. pag. 12 Silvano Andriani: La crisi che cambiò l’Europa . L’Unità del 15 10 2008 Hyman Minsky: The Global Consequences of Financial Deregulation, 1986, Marcus Wallenberg Papers on International Finance Ecoomist: World on the edge. 4 ottobre 2008 pag. 11 e 12 Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria:

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