La resa dei conti tra Governo e Fiat da tempo era in agenda.
E’ stata ritardata di 1 anno dalla crisi che ha costretto i governi dell’€urozona a concordare il sostegno del settore dell’auto con incentivi la cui erogazione spesso è stata condizionata, come è successo in Francia, da larvate forme di protezionismo come la richiesta alle società automobilistiche a non delocalizzare.
Sergio Marchionne ha annunciato la chiusura degli impianti di Termini Imerese a causa degli alti costi per unità di prodotto rispetto ad altre realtà produttive, decisione non negoziabile che purtroppo deve affrontare il dramma della sostanziale mancanza di alternative occupazionali per quel territorio. Il governo Berlusconi ormai privo di capacità di spesa non può fornire alla Fiat le risorse per abbattere i costi che rendono lo stabilimento siciliano palesemente antieconomico.
L’esecutivo italiano è sotto pressione.
Il dilemma è: mantenere l’occupazione sussidiandola o chiudere con questo tipo di politiche che hanno come unico risultato la distruzione di risorse collettive che potrebbero essere più utilmente impiegate a sostegno di altri settori più competitivi.
L'uscita dalla recessione sta avvenendo senza creazione di nuovi posti di lavoro e perciò è immaginabile che almeno per adesso l’erogazione della cassa integrazione stia coprendo molte situazioni senza alcun futuro come quella di Termini Imerese.
Resta quindi difficile comprendere le contestazioni del Ministro Sacconi alla Banca d’Italia che in uno studio realizzato da suoi ricercatori definiva realisticamente i livelli di inoccupazione comprendenti cassintegrati, disoccupati, sfiduciati che hanno rinunciato alla ricerca di un lavoro. Il governo preferisce riproporre il solito mantra del “minor tasso di disoccupazione d’Europa” fingendo di ignorare per molte realtà il fenomeno della cassa integrazione anticamera della disoccupazione.
mercoledì 17 febbraio 2010
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