La resa dei conti tra Governo e Fiat da tempo era in agenda.
E’ stata ritardata di 1 anno dalla crisi che ha costretto i governi dell’€urozona a concordare il sostegno del settore dell’auto con incentivi la cui erogazione spesso è stata condizionata, come è successo in Francia, da larvate forme di protezionismo come la richiesta alle società automobilistiche a non delocalizzare.
Sergio Marchionne ha annunciato la chiusura degli impianti di Termini Imerese a causa degli alti costi per unità di prodotto rispetto ad altre realtà produttive, decisione non negoziabile che purtroppo deve affrontare il dramma della sostanziale mancanza di alternative occupazionali per quel territorio. Il governo Berlusconi ormai privo di capacità di spesa non può fornire alla Fiat le risorse per abbattere i costi che rendono lo stabilimento siciliano palesemente antieconomico.
L’esecutivo italiano è sotto pressione.
Il dilemma è: mantenere l’occupazione sussidiandola o chiudere con questo tipo di politiche che hanno come unico risultato la distruzione di risorse collettive che potrebbero essere più utilmente impiegate a sostegno di altri settori più competitivi.
L'uscita dalla recessione sta avvenendo senza creazione di nuovi posti di lavoro e perciò è immaginabile che almeno per adesso l’erogazione della cassa integrazione stia coprendo molte situazioni senza alcun futuro come quella di Termini Imerese.
Resta quindi difficile comprendere le contestazioni del Ministro Sacconi alla Banca d’Italia che in uno studio realizzato da suoi ricercatori definiva realisticamente i livelli di inoccupazione comprendenti cassintegrati, disoccupati, sfiduciati che hanno rinunciato alla ricerca di un lavoro. Il governo preferisce riproporre il solito mantra del “minor tasso di disoccupazione d’Europa” fingendo di ignorare per molte realtà il fenomeno della cassa integrazione anticamera della disoccupazione.
mercoledì 17 febbraio 2010
giovedì 18 giugno 2009
Manifesto: Riformiamo la Finanza per un’economia civile e solidale
SIAMO NELLA PIÙ GRAVE CRISI ECONOMICA CHE SI RICORDI
Un evento prodotto e alimentato dall’esplosione incontrollata e senza regole di un industria finanziaria globalizzata che ha immaginato di dare vita ad un economia di carta basata sull’indebitamento. Inevitabilmente la mega bolla finanziaria ha investito l’economia reale e sta producendo disastrosi effetti occupazionali con il rischio di un rapido processo di disgregazione sociale. Le cause di questa crisi sono ben identificabili: dipendenza dal modello fossile di stili di vita che bruciano petrolio, deregulation spinta dei mercati finanziari, esplosione dell’indebitamento e delle attività finanziarie,compressione del reddito delle famiglie con conseguente ricorso al credito, nascita di una casta di super manager globale che ha contribuito a distorcere il ruolo dei mercati borsistici come punto d’incontro tra i risparmiatori (singoli e collettivi) e le imprese.
IL VERO MOTORE DELLA CRISI È STATA L’IPERFINANZA: un sistema in grado di lasciare libere le redini ai fondi altamente speculativi (hedge funds), ad una nuova categoria di investitori che hanno trasferito il loro rischio nelle imprese appesantendole dei debiti (private equity), al mercato non regolamentato di derivati e opzioni che ha condizionato l’economia reale, soprattutto i prezzi delle materie prime, con effetti devastanti sui beni alimentari e sui Paesi del Sud del Mondo. Basti pensare che ancora oggi il valore dei derivati in circolazione è pari a 480 trilioni di dollari, 480.000 miliardi di dollari, oltre 10 volte il Pil di tutto il Mondo. È indispensabile tirare giù la leva!
Mercati finanziari
1. Istituire un’autorità sovranazionale di regolazione dei mercati finanziari (che vigili su derivati,
hedge funds, private equity, merchant bank, ecc.)
2. Abolire i paradisi fiscali
3. Limitare l’effetto leva di ciascun operatore (non superiore a 10 volte il valore del patrimonio in
gestione) e le posizioni dei singoli operatori su uno specifico sottostante
4. Introdurre un tetto alle forme di incentivazione alla vendita di prodotti finanziari per dirigenti,
quadri e operatori del settore del credito e della finanza (es. 10% della retribuzione contrattuale
lorda annuale)
5. Obbligo di trasparenza nei confronti della clientela di tutte le forme di incentivazione extra contrattuale per la compravendita di prodotti finanziarie e di credito (es. mutui, fondi, obbligazioni ecc.)
6. Rivedere i criteri per la concessione del credito alle PMI e alle imprese sociali (revisione Basilea
2), introdurre strumenti di garanzia per i crediti verso la Pubblica Amministrazione e aziende
collegate o controllate
Fiscalità
7. Introdurre una tassa sulle transazioni e sui volumi scambiati sulle valute e i prodotti derivati e
similari destinando gli introiti ai contributi per il raggiungimento degli obiettivi umanitari del Millennium Goal
8. Riequilibrare il prelievo fiscale tra conto corrente e obbligazioni-capital gain (27% - 12,50%), raddoppiare la tassazione sulle commissioni pagate dai clienti nel caso di performance inferiori del
10% al benchmark e destinare le risorse aggiuntive per sostenere le erogazioni di microcredito
9. Incrementare il prelievo fiscale sui beni di consumo inquinanti e energivori e destinare gli introiti
ad investimenti nel trasporto collettivo
10. Fiscalità premiale per gli investimenti socialmente responsabili individuali o in forma collettiva
(esempio fondi pensione)
11. Introdurre cedolare secca sugli affitti (es. 20%), bonus per le fasce più deboli e introduzione del
diritto all’abitazione primaria attraverso l’istituzione con gli introiti della cedolare secca di un
apposito fondo patrimoniale
12. Introdurre fiscalità premiale per le aziende che si sottopongono a procedure di certificazione
della responsabilità sociale e che mantengono i rating per almeno tre anni
Legalità
13. Abbassare il tasso soglia che fa scattare la normativa anti usura agganciandolo al tasso ufficiale
BCE con spread predeterminati e rendere trasparente la filiera del denaro penalizzando fiscalmente
e normativamente l’utilizzo del denaro contante e degli assegni per ostacolare il circuito
dell’economia criminale
14. Reintrodurre l’obbligo di esercizio dell’azione penale per il reato di falso in bilancio
15. Incentivare lo sviluppo delle attività economiche con e sui beni confiscati alla criminalità organizzata (con obbligo di assegnazione entro sei mesi, snellendo anche il superamento delle ipoteche sui beni e creando appositi fondi pubblici per lo sviluppo di attività imprenditoriali)
16. Limitare la produzione e l’esportazione di armi ai Paesi che garantiscano assenza di conflitti
nelle proprie aree di influenza, abbiano elevato tasso di coesione sociale interna e democrazia,
e salvaguardino la libertà d’espressione e di culto, limitino il possesso delle armi, si sottopongano
alla vigilanza delle N.U. e siano impegnate in un percorso di disarmo, con particolare attenzione
al nucleare, ai gas tossici e alle bombe cluster
Sostenibilità
17. Affidare alle autorità di garanzia il controllo dei prezzi delle materie prime energetiche e alimentari al fine di assicurare l’accesso a valori costanti da parte degli operatori non finanziari
18. Introdurre una specifica normativa sui compensi dei manager con un tetto al moltiplicatore rispetto alle retribuzioni medie dei lavoratori (per esempio non più di quindici volte comprese
stock options con vincoli sociali obbligatori)
19. Stabilire per legge che i beni comuni (acqua, luce, gas, reti di comunicazione e trasporto collettivo) devono essere al riparo dalla speculazione finanziaria, restituendo all’acqua il “valore
di bene accessibile per diritto a tutti gli uomini e le donne”
20. Incentivare prodotti finanziari orientati al consumo eco sostenibile (es. eco prestito per ristrutturazioni delle abitazioni in chiave di risparmio energetico), qualificare con precisi regolamenti i prodotti e servizi che possono etichettarsi come etici e istituire un’Authority per la Responsabilità sociale
PER ADERIRE ONLINE
www.riformiamolafinanza.it
www.pereconomiacivilesolidale.it
venerdì 1 maggio 2009
mercoledì 8 aprile 2009
Crisi finanziaria: l’anatomia di un collasso
autore: Gianfranco Polillo
E’ una crisi, quella che stiamo vivendo, per molti versi indecifrabile: le cui “diagnosi sulle cause” che l’hanno determinata – come ha scritto l’Economist di qualche settimana fa - è ancora “difettosa” . Manca del resto ogni serio tentativo di spiegarne il perché. Sembra quasi che gli economisti abbiano accolto l’invito che rivolgeva loro Giuliano Amato, dalle pagine de Il sole 24 ore: “un pudico silenzio”. Scelta sbagliata. Occorre, invece, che gli economisti, e non solo, si espongano. Cerchino di capire le ragioni più profonde che l’hanno determinata. Una buona terapia può nascere solo dopo una diagnosi accurata. La parte più facile di un possibile lavoro di scavo è tutta in negativo. E’, infatti, più semplice intuire quello che questa crisi non è. Non è la crisi del capitalismo, non è la crisi del libero mercato, non è la crisi della globalizzazione. Non siamo, insomma, alla fine della storia, come ogni tanto qualcuno teorizza improvvidamente. Capitalismo, mercato e globalizzazione faranno parte, ancora per molto tempo del nostro zeitgeist: lo spirito del tempo, che i tanti “ismi”, lascito del ‘900, vorrebbero cancellare.
Nel corso della sua lunga storia, il capitalismo è sopravissuto a guerre - sia calde che fredde – e a distruzioni. A crisi devastanti, come quella del 1929. Ma passato un inverno più o meno lungo, la sua vitalità gli ha consentito nuove stagioni. E le varie teorie del “crollo”, con cui per anni ha giocato almeno una parte del movimento comunista internazionale si sono dimostrate quello che erano. Una grande balla: utile tuttavia per alimentare attese messianiche all’insegna della doppiezza. La forza del ragionamento di Marx era in un acuto senso della storia. Se erano crollati gli antichi regimi, anche il capitalismo alla fine sarebbe stato superato da un mondo migliore. Almeno fino ad oggi – domani non sapremmo dire - è avvenuto il contrario. Quel mondo migliore – lo dimostra l’evoluzione della Cina comunista, che di questa crisi è un agente non secondario – è all’insegna della libertà e del modo di operare dei meccanismi di mercato.
Che poi il processo sia tutt’altro che lineare è tesi su cui si può, agevolmente, convenire. Schumpeter parlava di “distruzione – creatrice” per sintetizzare, al massimo, il modo di operare delle economie non pianificate. E quando Giulio Tremonti ipotizza che, alla fine del tunnel, l’Italia uscirà dalla crisi più forte di prima, si muove all’interno di questo universo teorico. Dalla sua ha l’esperienza storica più recente. Anche nel 1987, nel corso di una delle più violente crisi di borsa di questo dopoguerra, si parlava di un '29 prossimo venturo. Non è stato così. Quella distruzione fu foriera della nascita di un nuovo equilibrio, all’insegna della new economy. Il presupposto per un salto tecnologico che ha mutato il volto del Pianeta. Poi anche questa fase è passata, segnata da una nuova crisi e dalla nascita di un nuovo fenomeno: quello delle “bolle speculative” e dell’eccesso di esuberanza. Quindi una nuova caduta della borsa ed il successivo contagio prima agli immobili ed infine alle materie prime ed i prodotti alimentari.
L’attuale default internazionale è figlio di quegli stessi processi. Neanche questa è una novità. Nel corso di questi ultimi anni abbiamo avuto un susseguirsi di crisi bancarie: in Spagna nel 1977, in Norvegia nel 1978, in Finlandia e Svezia nel 1991, in Giappone nel 1992, ed oggi negli Stati Uniti. Con una differenza che balza, immediatamente, agli occhi. Allora la crisi aveva colpito le arterie del sistema occidentale: non il cuore. La crisi americana ha avuto un effetto devastante proprio perché ha leso quest’organo vitale. Si dice che se non si fosse lasciata fallire Lehman Brothers , oggi non saremmo a questo punto. Può essere. Noi pensiamo invece che i problemi siano ben più complessi e non riconducibili ad un semplice episodio. Esso è stato, indubbiamente, un elemento scatenante, ma la crisi covava sotto le ceneri.
Lo dimostra il fatto che analoghi fallimenti non avevano prodotto le stesse conseguenze. Il default di LTCM, l’hedge fund, gestito da premi nobel dell’economia – un capitale pari a 2,2 miliardi di dollari, prestiti dalle banche per 125 miliardi di dollari, una leva finanziaria pari a 55 volte – nel 1989 non ebbe gli stessi effetti. Come non lo ha avuto l’altro disastro – il salvataggio delle Savings and Loans – alla fine degli anni ’80. In quei casi le perdite furono riassorbite rapidamente. La crisi restò circoscritta all’interno dei confini nazionali, anche se non mancò chi, in Italia, ci lasciò qualche penna.
Per dare completezza alla nostra analisi, non bisogna poi dimenticare le grandi crisi valutarie che in questi anni hanno punteggiato la storia internazionale. Da quella messicana del 1994 a quella asiatica e russa del 1997, per poi spostarsi in Brasile (1999), Turchia (2001) ed Argentina (2002). Crisi che minarono profondamente le economie di quei paesi. Che determinarono gravissimi problemi di carattere sociale. Ma che furono, alla fine, superate al punto tale che la ripresa di quelle stesse economie, in molti casi, ha determinato un cambiamento profondo nella geo-politica del Pianeta. Si pensi solo alla Corea, che di quella crisi fu una delle vittime. Il fallimento di Lehman fu anche dovuto al fatto che il Governo di quel Paese, rinunciò, sul filo di lana della conclusione dell’accordo, ad intervenire nel capitale della banca, ormai agonizzante.
Se non è un “crollo”, questa crisi, allora, cos’è? Coincide, senza dubbio, con la fine di un ciclo. Gli storici che verranno parleranno di questa fase come del più lungo periodo di sviluppo che l’umanità abbia mai conosciuto. Tale da far impallidire, per durata e profondità, la golden age: i mitici anni ’50 che segnarono la ricostruzione post bellica dei paesi occidentali. Con in più una seconda caratteristica. La rinascita di un paese maturo, come gli Stati Uniti, che si voleva da tempo condannato ad un inevitabile declino. Questo era stato il destino che almeno una parte della teoria economica voleva riservargli. E non era solo la vecchia profezia di Carlo Marx e le sue tesi traballanti sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Ma dello stesso Keynes, che non nascondeva il suo pessimismo per le sorti progressive del capitalismo a lui contemporaneo. Da questo insolito connubio era nato tutto il filone teorico – da Paul Sweezy e Paul Baran a Josef Steindl - che faceva dello “stagnazionismo” la chiave di lettura per comprendere l’evoluzione futura dell’occidente, nella sua competizione con il mondo del socialismo reale. Suggestioni, oggi, ritornanti.
La rinnovata crescita americana, dopo un lungo periodo di difficoltà, era stata la prima sorpresa di quella fase. Negli anni ’80 gli Stati Uniti avevano subito un duplice assedio. Da un punto di vista politico, l’orso sovietico – erano quelli gli anni dell’invasione dell’Afganistan – ne insidiava le zone di influenza. Da quello economico, il Giappone sembrava essere sul punto di conquistare un primato assoluto e di invadere, con i suoi investimenti diretti, le stesse roccaforti di Wall Street. L’America era impaurita e timorosa, al punto che alcuni economisti ne teorizzarono la fine imminente come perno dell’equilibrio occidentale. Così non solo non è stato. Ma oggi la crisi americana è crisi di tutto il Pianeta, a dimostrazione della sua inossidabile centralità. Una seconda sorpresa fu la sua durata. Quasi venti anni di sviluppo, seppure turbato da crisi finanziarie – quella della new economy – subito tamponata o da eventi politici drammatici, come gli attentati alle Twin Towers. La breve battuta d’arresto, che comportò quest’orrenda tragedia, fu archiviata nello spazio di qualche mese e l’economia di quel paese, al contrario dell’Unione europea, riprese la sua corsa.
Si consideri, poi, che la golden age fu un fenomeno circoscritto ai paesi occidentali. La ricostruzione post bellica e l’apertura degli scambi ebbe una scarsa influenza sulla restante parte del Pianeta. La guerra fredda isolò e contrappose i due blocchi, che seguirono autonome logiche di integrazione. Il Terzo mondo – ossia la maggior parte del Globo – rimase tagliata fuori da ogni prospettiva di sviluppo, nonostante gli appelli dell’ONU e gli inviti rivolti a dare ossigeno – aiuti, prestiti ed apertura dei mercati – ai “dannati della Terra”. Meccanismi economici perversi - come il fenomeno dello scambio ineguale - trasferivano, costantemente, risorse dalle periferie verso le metropoli del benessere. Il prezzo di un barile di petrolio era, allora, pari ad una manciata di dollari. Mentre quello dei prodotti industriali cresceva costantemente.
Il ciclo degli anni ’90 ha invece progressivamente coinvolto queste aree nel circolo virtuoso dello sviluppo. Ha sottratto milioni di persone all’inedia ed alla pura sussistenza. Ha offerto loro una speranza di vita ed una prospettiva che non trova rispondenza, in tutti i secoli precedenti. Mutamento straordinario: talmente radicale che se l’economia mondiale riuscirà a crescere del 3,9 e del 3 per cento, nei prossimi due anni (2008 – 2009), il carburante verrà solo dal Brasile (3,5 e 5,3%), dalla Cina (9,7 e 9,3 %), dall’India (6,9 e 7,5%) e dalla Russia (7 e 5,5 %) . Paesi che solo 10 anni fa erano la palla al piede dell’economia mondiale, oggi ne sono divenuti il potente motore. Com’è potuto accadere?
Secondo l’Economist , “il sistema finanziario internazionale ha subito nelle ultime tre decadi una grande evoluzione. In questi ultimi anni, poi, la sua crescita è divenuta esplosiva grazie alla presenza di tre elementi simultanei ma distinti: la deregulation, l’innovazione tecnologica e la forte crescita nella mobilità del capitale”. Fenomeni che vanno analizzati sia per comprendere il contributo fornito da ciascuno che le reciproche iterazioni, in modo tale da poter configurare il modello di sviluppo che ne è derivato. Operazione indispensabile se si vuol esprimere un qualche giudizio motivato circa la sua possibile sopravvivenza, dopo la grande tempesta, di questi ultimi mesi.
La deregulation fu, indubbiamente, la conseguenza di una precisa scelta politica, che trovò in Donald Reagan e Margareth Thatcher i suoi principali artefici. Fu la risposta di questi due “cavalli di razza” alla crisi dei rispettivi paesi. L’Inghilterra viveva da tempo nella morsa del declino. Gli Stati Uniti, come abbiamo già detto, soggiacevano all’incubo del “pericolo giallo” e del sorpasso giapponese. La maggior parte dei paesi occidentali, inoltre, era, a sua volta, soffocato dalla morsa della stagflation: fase terminale di quella lunga stagione, ch’era stata segnata da fordismo e dal keynesimo. Le cui ricette incorrevano nella critica corrosiva di nuovi economisti, come Milton Friedman e la scuola di Chicago. La scelta di puntare più sul mercato e meno sullo Stato divenne, in breve, l’unica alternativa per non arrendersi ad un’inevitabile deriva.
Non se ne comprende tuttavia l’enorme successo, che contagiò non solo l’Occidente – determinò il crollo del muro di Berlino e l’avvio di un nuovo corso nella società cinese – se essa non viene letta in un quadro più ampio. Le nuove ricette teoriche erano infatti supportate dai cambiamenti ch’erano, nel frattempo, intervenuti, seppure in forme embrionali, nella società. Una rivoluzione tecnologica, all’inizio silenziosa, aveva preso il via, determinando una rottura profonda dei vecchi paradigmi tecnologici. Essa si basava sull’impiego sempre più massiccio dell’elettronica e dei nuovi materiali ed avrebbe, in breve, creato un ambiente – quello dell’ICT information and comunication tecnology – completamente nuovo e diverso rispetto al passato.
Si vedrà solo in seguito quali sarebbero state le novità più rilevanti. Il loro sviluppo avrebbe consentito al sistema economico di uscire dalla logica del gigantismo industriale, che fino ad allora, grazie alle economie di scala, era l’unico modo attraverso il quale poteva aumentare la produttività di sistema. Dalle organizzazioni complesse e concentrate si sarebbe passati alle strutture a rete: il network che consentiva un downsizing – il rimpicciolimento – delle singole attività da collegare poi attraverso le rete informatica. Sarebbero nate, quindi, le strutture specializzate – l’outsoursing – in grado di abbattere le grandi barriere burocratiche ed i relativi costi, spesso dovuti ad inefficienze di carattere sistemico.
Il volume degli scambi – scambi in senso lato – avrebbe subito un’impennata, dando nuova forza al mercato, il cui spazio sarebbe debordato, occupando le zone grigie che prima caratterizzavano i rapporti all’interno delle strutture burocratiche delle grandi aziende. Sarebbe stato, quindi, possibile segmentare il processo produttivo, ottimizzandone le varie fasi nello sforzo teso alla riduzione dei costi. La fabbrica moderna sarebbe così divenuta, sempre più, il luogo in cui si assemblavano pezzi ottenuti da officine specializzate – tipico è il caso dell’automobile – che non avrebbero lavorato solo per la singola casa madre, ma per il mercato stesso. Nel frattempo tecniche di comunicazione, sempre più sofisticate – si pensi alla TV – avrebbero alimentato il consumo, diversificando, nel brand, prodotti il più delle volte ottenuti da una diversa combinazione degli stessi componenti.
A loro volta, le tecniche informatiche avrebbero abbattuto la dimensione del tempo e dello spazio, fino ad allora conosciuta. Avrebbero reso più rapido e diretto il processo decisionale annullando le barriere burocratiche della vecchia organizzazione verticistica e piramidale. Un impatto violento su tutte le giunture sociali in grado di mettere in ginocchio quei paesi – il blocco del socialismo reale - che avevano nella sola burocrazia la loro forza effettiva. L’URRS crollò anche perché non poteva reggere all’impatto di queste tecnologie che dilatavano gli spazi di mercato e con essi i confini delle libertà individuali.
La rivoluzione nei sistemi di trasporto completò il quadro. Il crollo dei relativi costi, resi possibili dagli automatismi elettronici inseriti a piene mani nelle macchine per la movimentazione, allargarono gli orizzonti. Iniziò, così, quel processo di delocalizzazione verso i confini del mondo, dove un capitalismo, ormai globalizzato, trovava nuove convenienze. E paesi lontani, non solo geograficamente, ma storicamente e culturalmente, divennero i manufacturing hub di tutto il Pianeta. I luoghi dedicati alla produzione manifatturiera.
Questi complessi fenomeni non sono accaduti per caso. Le nuove tecnologie racchiudevano in se caratteristiche completamente diverse, rispetto al passato industriale di ciascun paese. Erano pervasive. Riuscivano ad entrare in tutte le produzioni manifatturiere. Ne modificavano il profilo – come è avvenuto per la componente elettronica delle automobili – migliorandone la qualità ed il prezzo. Investivano il campo dei servizi, riducendo i tempi morti, eliminando le mansioni più ripetitive, qualificando quelle più povere di contenuto. Se nel vecchio mondo fordista, la produttività nasceva nella grande fabbrica industriale. Nel nuovo mondo essa è la risultante di un’attività diffusa. Della cosiddetta “produttività totale dei fattori” : come dicono, ora, gli economisti. Costretti a studiare il modello americano che di questi insegnamenti ha fatto virtù, ottenendo i grandi risultati di questi ultimi anni.
Una grande clonazione: ecco cosa hanno prodotto le nuove tecnologie. Ma questa progressiva larghissima diffusione, a sua volta, è stata conseguenza di una loro specifica tecnica: la cosiddetta legge di Moore , dal nome di colui che l’enunciò. Secondo questa generalizzazione, fondata sull’osservazione empirica, la potenza dei microprocessori raddoppia, in media, ogni 12 – 18 mesi. E seppure i costi di produzione aumentano, alla fine, il costo unitario della loro utilizzazione scende continuamente. Come è possibile verificare quotidianamente. Abbiamo computer sempre più potenti ad un prezzo sempre più basso e lo stesso capita per le nostre comunicazioni. Il cui costo scende sia intermini reali che nominali. Si spiega così il loro continuo sviluppo: determinato dal fatto che queste produzioni, in proporzione, sono quelle sempre meno costose e quindi più convenienti.
Qual è stato il loro riflesso di carattere macroeconomico? Per capirlo è necessario analizzare un secondo fattore, che esse stesse hanno contribuito a determinare: il fenomeno della delocalizzazione, impensabile senza le moderne tecniche della comunicazione. Le conseguenze macroeconomiche di questo processo sono state identiche. La ricerca di una maggiore convenienza economica ha spinto le imprese – prima le multinazionali poi le altre – ad investire dove i costi – specie quelli del lavoro – erano più bassi e le materie prime più abbondanti. I prodotti realizzati sono stati ottenuti ad un costo minore, grazie al quale si è potuto far concorrenza a quei paesi che, negli anni precedenti, avevano un vantaggio competitivo. Ne è derivata una guerra dei prezzi che ha portato al fallimento delle produzioni più costose ed allo sviluppo di quelle più economiche.
Questo secondo processo ha cambiato il volto dell’economia mondiale. La vecchia teoria del commercio internazionale prevedeva una rigida gerarchia: ai paesi sottosviluppati il compito di produrre i beni più semplici dal punto di vista merceologico, materie prime e prodotti agricoli. Ai paesi più sviluppati era invece riservata la produzione a maggior valore aggiunto. Oggi questa divisione non esiste più. Né essa è difendibile da un punto di vista teorico, come ha dimostrato Paul Krugman, il nuovo premio Nobel per l’economia, con le sua “new trade theory” . Ora la concorrenza è globale. Ciascun paese può produrre quello che vuole. L’unico elemento che conta è la sua forza competitiva: vale a dire la capacità di vendere la propria merce con un rapporto qualità – prezzo migliore dei suoi diretti competitori. Con quali conseguenze ai fini del funzionamento del mercato?
La prima di carattere sociale, la seconda di natura squisitamente economica. Nel mondo delle “economie chiuse” – con scambi limitati anche se crescenti com’era avvenuto fino agli anni ’80 – le grandi imprese, che dominavano il mercato interno, erano anche in grado di fissare, con tecniche di tipo oligopoliste, il livello dei prezzi. Ne derivava un extra profitto che poteva essere ripartito – sulla base dei diversi rapporti di forza - tra tutti coloro che avevano contribuito alla produzione. Si diceva allora che i vantaggi del progresso tecnico si ripartivano grazie ad un aumento delle retribuzioni dei fattori che avevano contribuito al suo sviluppo. Ripartizione che avveniva seguendo logiche complesse racchiuse nel circuito “imprese – Stato – organizzazione dei lavoratori”: quindi sindacati. Se la lotta per la redistribuzione delle risorse – utili, salari, spesa pubblica– sconfinava oltre i livelli di produttività realizzati, la conseguenza era la crescita del processo inflazionistico.
La nuova spinta competitiva derivante dalle produzioni ICT e da quelle provenienti dai mercati esteri ha scardinato questo modello. Grazie alla maggiore concorrenza, la fissazione dei prezzi è tornata ad essere una prerogativa del mercato. Con un tallone di riferimento – quello della produttività – che può essere difficilmente alterato dalla persistenza di logiche oligopoliste, sempre meno compatibili con la nuova dimensione internazionale che lo stesso mercato ha assunto. Il cambiamento, da un punto di vista macroeconomico, è stato radicale. Nelle nuove condizioni storiche, infatti, i vantaggi di produttività non si ripartiscono più, come negli anni ’70 e ’80, ma, traducendosi in una continua caduta dei prezzi, sia pure relativi, vanno a vantaggio direttamente del consumatore. Ne consegue che il processo inflazionistico che, in precedenza, era una componente ineliminabile dello sviluppo, in questi ultimi 15 anni è quasi scomparso.
Nel valutare le conseguenze della crisi finanziaria ed il suo stesso decorso, questi dati devono essere tenuti presenti. Si tratta di cambiamenti in larga misura irreversibili. Che la crisi finanziaria non sarà in grado di rovesciare, se non al prezzo di una vera e propria catastrofe. Come accadde del resto agli inizi del ‘900 quando la prima globalizzazione che la storia ricordi fu, appunto, fermata dallo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale. Ipotesi oggi impensabile, visto il livello di distruzione della tecnologia militare. Il mercato dei prossimi anni rimarrà pertanto quello che abbiamo descritto: più scambi internazionali, più concorrenza, più produttività, quale presupposto di una maggiore crescita economica, a sua volta, precondizione di una qualsivoglia politica redistributiva.
Entrambi questi processi – forte sviluppo tecnologico ed integrazione dei mercati – sarebbero risultati impossibili senza un corrispondente sviluppo del sistema finanziario che ha fatto da traino ad entrambi, ma che a sua volta è stato trainato dalle conseguenze monetarie – la bassa inflazione – di quel modello. Il suo contributo è stato determinante. Ha valorizzato i primi successi – si pensi alla storia di Steve Jobs e Steve Wotziac gli inventori di Apple – ha finanziato gli investimenti diretti nei quattro continenti che sono all’origine del trasferimento di tecnologie verso i paesi a recente industrializzazione ed il loro continuo sviluppo. Insomma, il sistema finanziario ha costruito le grandi arterie su cui è cresciuta, in tutti questi anni, l’economia mondiale ed il commercio internazionale.
Le cifre della sua enorme espansione sono testimonianza degli sforzi effettuati. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali il volume delle attività finanziarie era pari, nel 2007, a 11 volte il PIL mondiale. Qualcosa come 600 mila miliardi di dollari. Crescita vertiginosa che si è manifestata, soprattutto, negli ultimi 10 anni. Nel 1998, ad esempio, il volume delle attività finanziarie era pari a “solo” 75 mila miliardi di dollari: due volte e mezzo il PIL mondiale. Negli ultimi 30 anni, la ricchezza finanziaria dei paesi sviluppati è aumentata di 5 volte. L’Italia, com’è noto, è il paese con la più alta ricchezza finanziaria pro – capite (circa 8 volte), in rapporto al reddito. Una montagna, tuttavia, che poggiava su una base materiale – il PIL mondiale – troppo ristretta per sorreggerla. Era prevedibile che, prima o poi, la legge di gravità avrebbe fatto valere le proprie prerogative.
Come si è arrivati a tanto? E perché la crisi non è esplosa prima? Per la verità segnali ce n’erano stati. A partire dal 1987, con la prima grande crisi di borsa, che nello spazio di qualche giorno aveva determinato perdite gigantesche. Ad essa fece fronte Alain Greenspan, il presidente della FED la banca centrale americana, con la sua politica monetaria. Il crollo fu arginato immettendo liquidità nel sistema: operando, cioè, in modo diametralmente opposto a quanto era avvenuto con la crisi del ‘29. Per Greenspan fu un trionfo personale che lo trasformò in un vero e proprio guru. Da quel momento divenne, infatti, l’artefice incontrastato della politica economica americana ed una leggenda vivente.
Lo scampato pericolo portò, tuttavia, a trascurare le possibili insidie. Il clima congiunturale, del resto, era disteso. L’inflazione era contenuta da quei fenomeni che abbiamo appena illustrato. La moneta poteva diventare, pertanto, il lubrificante che rendeva più fluidi i meccanismi dello sviluppo economico complessivo. Era giusta questa previsione? Solo in parte. Nel sistema economico le crisi congiunturali sono un po’ come l’influenza. Se al minimo accenno di tosse si somministrano antibiotici lo stato flogistico si combatte, ma l’organismo si indebolisce. Greenspaan fece continuamente ricorso alla leva della liquidità per combattere i momenti di crisi. Lo fece quando fallì LMTC quando scoppiò la bolla speculativa della “new economy”. Le crisi furono arginate, ma il travaso di liquidità investì, via via, altri assets: passò prima sugli immobili, quindi sulle materie prime ed i prodotti alimentari. Quest’ultima circostanza, in particolare, fece venir meno le favorevoli condizioni di partenza. I prezzi iniziarono a salire, rendendo più guardinghe le Banche centrali. Le aspettative per un rialzo dei tassi di interesse, che avrebbe posto un freno all’eccesso di liquidità, divennero sempre più consistenti. E fu l’inizio della crisi.
Qual’era il limite sistemico della politica seguita in precedenza? L’abbassamento del livello di guardia. Una soglia prudenziale relativa all’attività di investimento sempre più bassa: il cosiddetto “merito del credito”. Come in ogni mercato il valore relativo del singolo bene è dato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Se l’offerta di credito, a seguito di un eccesso di liquidità deborda, gli operatori finanziari sono spinti alla caccia del possibile cliente. La concorrenza li spinge non solo a praticare condizioni eccezionali, ma anche a chiudere più di un occhio rispetto alla solvibilità del proprio interlocutore. Il fallimento di Enron, che nello spazio di pochi anni era divenuta la settima multinazionale americana, e gli altri che seguirono, comprese le appendici italiane (Cirio e Parmalat), erano stati i segnali premonitori. Dimostravano che i sistemi del controllo interno ed esterno non funzionavano più da tempo. Che, nella gestione del credito, era facile sbandare e creare disastri.
Si poteva fare diversamente? I vincoli di carattere politico all’interno dei quali la FED era costretta ad operare erano pesanti. La congiuntura interna doveva essere sostenuta, per garantire agli Stati Uniti un tasso di crescita adeguato. Nello stesso tempo si doveva dare copertura al suo doppio deficit: quello delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e quello federale. Entrambi riflesso dei costi dell’egemonia non solo politica ma militare del più forte paese occidentale. Ed entrambi destinati a generare debito. Gli ultimi dati (luglio 2008) indicano che il debito estero americano è pari a 2.676 miliardi di dollari ed il deficit di bilancio di 400. L’eventuale aumento dei tassi di interesse avrebbe comportato una consistente crescita dei relativi oneri. Se la FED, nella sua autonomia, era di manica larga, la stessa Amministrazione non poteva che gioirne. Tanto più che i paesi finanziatori (soprattutto Giappone, Cina, Regno Unito e paesi produttori di petrolio, che ne detengono oltre il 60 %) non mostravano segni di inquietitudine.
Naturalmente qualcuno ci rimetteva. Il popolo dei risparmiatori – cioè gli stessi detentori di quella ricchezza finanziaria che nel frattempo si accumulava – non erano adeguatamente retribuiti. I depositi bancari era compensati da un tasso di interesse che era più basso della seppur bassa inflazione. Subivano, cioè, tassi di interesse negativi, in termini reali con conseguenti perdite in conto capitale. Che come premio all’astinenza dal consumo non è, poi, una grande cosa. Le reazioni, pertanto, non si era fatte attendere. In due opposte direzioni: la ricerca di investimenti alternativi ai depositi bancari; la spinta ad anticipare il consumo, con il ricorso al debito, sfruttando cioè a proprio favore i vantaggi di una congiuntura particolarmente felice.
La prima attività fu indubbiamente favorita dalle nuove tecnologie. La rete dei computer offriva al singolo la possibilità di accedere direttamente al tempio della finanza. Come spesso capita, quando una tecnologia diventa dominante, essa crea, a volte, una propria cultura. In quegli anni il trading domestico, in borsa, prima della bruciante caduta degli inizi del 2000, divenne uno sport di massa. La seconda via di fuga fu la crescita dei consumi, grazie alle maggiori facilitazioni creditizie. Nel 1986 il debito della famiglia media americana era pari all’80% del suo reddito disponibile. Nel 2000 questa percentuale era divenuta pari al 100 per cento per raggiungere, infine, la soglia del 140 per cento nel 2007. Gli altri paesi occidentali, con la sola esclusione dell’Italia (dove il debito è all’incirca pari al 50 per cento del reddito disponibile), seguivano, più o meno, lo stesso indirizzo. Insomma era una grande euforia collettiva. Tante cicale e pochissime formiche.
Debito pubblico, quindi, e debito privato: sono stati questi gli ingredienti principali che hanno sostenuto lo sviluppo ciclico degli anni ’90. Se ci si allontana dall’albero, per vedere meglio la foresta, il sistema messo in piedi somigliava, pur con le necessarie differenze, alle tecniche di tipo keynesiano degli anni ’70 ed ’80. Allora la domanda interna (consumi ed investimenti) era sostenuta direttamente dalla mano pubblica. Era lo Stato che si indebitava, ipotecando la vita delle generazioni future. Nel ciclo degli anni ’90 questa funzione è stata invece svolta dal sistema finanziario nel suo complesso, che ha offerto risorse ch’egli stesso era in grado di creare, bipassando ogni controllo di carattere sistemico. Ha quindi ragione, seppure parzialmente, Silvano Andriani quando afferma ”le retribuzioni sono rimaste stagnanti, alla maggioranza della popolazione è stata preclusa la possibilità di partecipare ai benefici della crescita della produttività, ma le è stato concesso di indebitarsi facilmente”. Ciò che non funziona è la prima parte del suo ragionamento. Le retribuzioni non sono aumentate e, dati i vincoli di carattere competitivo non potevano aumentare, proprio a causa di uno sviluppo della produttività non coerente con la crescita della domanda complessiva. Il vuoto che ne è derivato è stato colmato dal trasferimento delle risorse finanziarie, per il tramite degli intermediari privati. Trasferimenti che hanno riguardato sia gli Stati: dai paesi in surplus (principalmente Cina e Paesi produttori di petrolio) ai paesi in deficit (soprattutto USA). Sia le famiglie. In entrambi i casi, questo è stato possibile grazie alla maggior liquidità che il sistema finanziario, stante il basso livello dei tassi di interesse di riferimento, era in grado di creare.
Poteva durare all’infinito? La risposta di Hyman Minsky, un economista americano che ha dedicato una vita allo studio dei mercati finanziari, è negativa. La contraddizione era all’interno del modo di funzionare dei mercati finanziari. Secondo le sue osservazioni, i periodi di stabilità, specie se sono particolarmente lunghi, portano spesso a degli eccessi che culminano in una crisi. E questo capita tanto più spesso, e con maggior violenza, quanto più i mercati sono liberi. In queste circostanze, infatti, le aspettative sono al rialzo, finché non si raggiunge un punto limite, oltre il quale si ha una caduta rovinosa.
L’ipotesi è condivisibile, specie se corredata dall’osservazione empirica. Per gestire risorse finanziarie delle dimensioni che abbiamo indicato (11 volte il PIL mondiale) le grandi banche dovevano disporre di un adeguato patrimonio. Le regole internazionali (Basilea 1 e Basilea 2), che sono alla base dell’attività di vigilanza delle banche centrali, stabiliscono, infatti, dei ratio tassativi. In genere il rapporto tra il patrimonio netto ed il totale dell’attivo, ponderato con parametri diversi a secondo del rischio implicito nelle diverse operazioni di finanziamento, non deve essere inferiore all’8%. Se questo coefficiente patrimoniale diventa più basso, la banca centrale ordina una riduzione dell’esposizione creditizia o un aumento del capitale sociale. E’ quanto avvenuto per Unicredit all’indomani della crisi.
Sono stati rispettati questi parametri? La risposta è negativa. In Francia questo coefficiente risulta essere pari solo al 2,7%, in Germania al 2, in Gran Bretagna al 4,4. Solo in Italia, con un valore medio pari al 7,9%, la prudenza non è venuta meno. E questo spiega la maggior solidità relativa del nostro sistema bancario. Per alcune banche europee, al centro della crisi, si erano toccati livelli ancora più bassi: 1,8 per Deutsche Bank, 2,04 per UBS, 2,1 per Ing, 1,2 per Hypo Real State, 2,3 per Commerzal Bank, 2,1 per Deutsche Post. Agli stessi risultati si giunge se si considera la leva finanziaria: vale a dire il rapporto tra attivo finanziario e patrimonio netto. Barclays aveva un volume di impegni pari a 61 volte il suo patrimonio, Deutsche Bank a 53 volte. Valori irrealistici.
Per avere un termine di paragone si consideri che mentre le banche americane prestano, in media, 1 dollaro per ogni 96 cent di depositi. Quelle europee ne impiegano 1,40 per ogni euro. Sono, cioè, mediamente più esposte. Infatti la leva finanziaria delle banche americane è mediamente più corta, con un coefficiente che non supera le 30 volte. Era pari a 31 per Lehman Brothers, prima del fallimento e a 23 per Goldman Sachs. Come si spiega allora che l’epicentro del sisma si è collocato proprio a Wall Street? Per rispondere a questa domanda, sono necessarie due considerazioni. La prima è specifica. Riguarda cioè le caratteristiche del sistema finanziario americano e le sue diversità, rispetto alla situazione europea.
Negli USA esiste una distinzione netta tra le banche commerciali e quelle di affari. Queste ultime erano rappresentate dalle cosiddette Big Five – Bear Sterns, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Goldman Sachss e Morgan Stanley – banche che, non a caso sono fallite o in procinto di essere acquistate da altre istituzioni finanziarie. Per una decisione improvvida di Bill Clinton esse erano state sottratte al controllo della FED ed affidate alle cure della SEC, l’organismo di vigilanza che, al pari della CONSOB italiana, sovrintende alle società quotate in borsa. Esse erano state, quindi, sottratte ai vincoli della regolamentazione prudenziale . Potendo operare liberamente ed irresponsabilmente, esse sono divenute un dei vettori principale della crescita esponenziale degli aggregati creditizi.
La considerazione di carattere più generale riguarda, invece, tutte le banche ed entrambi i modelli. In Europa, infatti, non esiste una distinzione tra banche commerciali e banche d’affari. Esse, sulla base dell’esperienza tedesca che ha fatto scuola, sono universali. Esercitano cioè le funzioni tradizionali di retail – raccolta di depositi – e quelle che negli USA erano, invece, riservate alle banche d’affari. Nella loro pancia, sebbene sottoposte ai vincoli della regolamentazione prudenziale, sono, pertanto, presenti entrambe le operazioni:. Come si spiega allora la forte crescita degli aggregati creditizi? La vigilanza delle banche centrali non doveva esercitarsi prima che i buoi fuggissero dalla stalla?
Per capire quanto è successo, basta un dato. Nel 2001 il valore dei crediti cartolarizzati era già superiore all’attivo di tutte le banche. Da allora questi prodotti sono lievitati a ritmi impressionanti, contribuendo a dilatare la piramide dell’esposizione creditizia. Per ottenere questi risultati sono stati inventati di volta in volta nuovi strumenti che hanno assunto le denominazioni più diverse: subprime, vehicle, conduit, asset-backed commercial paper, collaterizzated debt obligations, derivates, monolines, hedge fund. Ciascuno di questi prodotti rispondeva a caratteristiche ed esigenze diverse. Avevano tuttavia qualcosa in comune. La banca poteva sbarazzarsi del credito concesso. Lo poteva impacchettare in un fondo comune di investimento che veniva immesso sul mercato per farlo vivere di vita propria. Poteva essere ceduto ad altri risparmiatori, garantendo loro un rendimento adeguato. Almeno fin quando il debitore originario era in grado di fare fronte ai suoi impegni.
Grazie a questo sistema, una specie di catena di Sant’Antonio, i volumi di credito subivano una moltiplicazione senza precedenti. Il gestore del fondo, infatti, con le quote vendute sul mercato poteva confezionare nuovi pacchetti e porli nuovamente in vendita. Ne avrebbe ottenuto ulteriori risorse per continuare nel gioco iniziale. Operando in questo modo le banche riducevano, ma solo in apparenza, la loro esposizione creditizia. Quelle voci, infatti, una volta cedute, uscivano dai loro bilanci, contribuendo ad accrescere i coefficienti patrimoniali.
Che l’operazione fosse rischiosa era evidente. Finché il mercato teneva, le cose andavano per il verso giusto. Ma un eventuale cambiamento del clima avrebbe determinato conseguenze imprevedibili. Per cautelarsi molte banche e gestori di fondi avevano assicurato la loro attività dai rischi futuri. Negli USA il principale collettore delle relative polizze era stato AIG – American International Group – la più grande compagnia d’assicurazione del mondo che garantisce il pagamento delle pensioni di milioni di americani. Al suo interno operava una divisione finanziaria che si comportava come un banca d’affari. Aveva investito in derivati oltre 300 miliardi di euro, stipulando polizze contro credit default swaps. Per coprire questo impegno finanziario, a sua volta aveva emesso titoli collocati presso la propria clientela. Quando il mercato dei subprime è collassato, i fondi di investimento hanno preteso il risarcimento ed AIG si è trovato nei guai. Conseguenza? E’ dovuto intervenire il Tesoro americano con un prestito di 118 miliardi di dollari (seppure in due tranche), a fronte del quale acquisterà l’80 per cento del capitale della compagnia di assicurazione.
Lo sviluppo del mercato dei subprime ha rappresentato il punto di non ritorno. La buccia di banana su cui sono cadute le ambizioni della “nuova finanza”. Si trattava di mutui concessi a persone non solvibili, che non erano in grado di sostenere nel tempo la relativa rata di ammortamento. Perché si sia sviluppata questa attività oltre ogni ragionevole limite, ancora non è del tutto chiaro. C’era, ovviamente, la concorrenza tra banche e la loro smania di profitto. Ma c’erano, soprattutto, Fannie Mae e Freddie Mac, che riacquistavano i mutui ipotecari – anche su input di una politica all’insegna dello Stato compassionevole – per poi ricollegarli sul mercato attraverso nuovi titoli: i mortage-backed securities. Il rischio, in altri termini, dalle banche private veniva trasferito nella mani provvidenziali di una struttura semi – pubblica e da questa diluito tra migliaia di investitori, spesso ignari del rischio che correvano.
Così Giuliano Amato ha riassunto la situazione: “si sono messi in circolazione titoli di credito sulla base di criteri probabilistico – assicurativo e non più sulla base di pre – esistenti garanzie e di è in tal modo cartolarizzata ogni forma di previsione salvo le previsioni del tempo. Lo si è fatto da parte di istituzioni che, a differenza delle vecchie care banche, non erano alimentate dalla tradizionale forma di raccolta bancaria e le stesse banche, per sottrarsi alle regole di Basilea 1 e Basilea 2, hanno sviluppato attività finanziarie “innovative” fuori bilancio”. Difficile non essere d’accordo con quest’analisi. Con una sola piccola aggiunta velenosa. Le banche sapevano quel che facevano. Erano, al tempo stesso, consapevoli e collusive. Sedute su un barile di polvere, speravano solo che nessuno accendesse la miccia.
Quando questo è avvenuto, con il fallimento di Lehman Brothers, la deflagrazione è stata inevitabile. Nessuno se l’aspettava. Tutti ritenevano che, alla fine, il caro vecchio Zio Sam, per essere il linea con il ragionamento di Giuliano Amato, sarebbe intervenuto per scongiurare il disastro. Ma così non è stato ed allora è scattato il “si salvi chi può”. Il credito interbancario – la linfa vitale – che alimenta i vasi comunicanti del sistema creditizio si è bloccato. Nessuno è stato più disposto a fare credito ad altri istituti, paventando il rischio di una loro possibile insolvenza. Quindi tutti sapevano. Sapevano della presenza di “titoli tossici” nascosti, come fosse una discarica abusiva, nei bilanci delle singole aziende. E temevano che questa intossicazione potesse, presto, degenerare in un’epidemia.
Negli anni della normalità bancaria l’euribor o l’overnight – il tasso di interesse al quale le banche americane ed europee si prestano i denari occorrenti per garantirsi la liquidità necessaria a breve termine – era pari allo 0,08 per cento in più del tasso di riferimento, deciso dalla banca centrale. Durante la tempesta, il suo valore era schizzato ad oltre il 5%, contro un tasso di riferimento del 3,5% in Europa e del 2% negli Stati uniti. Con una differenza di oltre 200 punti base; differenza che esprimeva il premio per il rischio. Misura, tuttavia, insufficiente per sbloccare il mercato interbancario. Dove le transazioni erano bloccate dalla percezione di un rischio sistemico, che nessuna polizza assicurativa riusciva ormai a coprire.
Da quel momento la crisi si è sviluppata con la forza di una reazione a catena. Ed è iniziato il lungo elenco dei caduti: Bear Strerns, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Fannie Mae e Freddie Mac, AIG, Wachovia, Washington Mutual, nei soli Stati Uniti. Northern Rock, Royal Bank of Scotland, Lloyds e Hbos in Gran Bretagna. SachsenLB, WestLB, IKB e Hypo Real Estate in Germania. Dexia in Francia, Belgio e Lussemburgo. Fortis, in Belgio. Si è passati quindi a calcolare le possibili perdite. Qualche mese fa il FMI le aveva indicate in 900 miliardi di dollari. Divenute 1.400 a distanza di poco. Ma analisti privati parlano di 5.000 miliardi di dollari. Non è un’esagerazione, se si considera che finora gli stanziamenti previsti dall’insieme dei Governi occidentali, per far fronte alla crisi, tra garanzia sui depositi, prestiti e ricapitalizzazione, ammontano a 2.310 miliardi di euro. Un disastro, che non ha precedenti negli ultimi 70 – 80 di storia.
Ma qual è stata la molla che ha spinto il sistema finanziario a lanciare il cuore oltre l’ostacolo? Perché banche e gestori si sono dati da fare ad inventare sempre nuovi prodotti con il loro intreccio perverso ed alla fine inestricabile? C’è una duplice risposta a questo interrogativo. La prima è relativamente semplice. I risparmiatori erano alla ricerca di qualcosa di più sostanzioso di un semplice interesse negativo, in termini reali, sul loro stock di ricchezza finanziaria. Avevano prima provato con la borsa e gli era andata male. Quindi con gli immobili e qui erano riusciti seppure, temporaneamente, ad ottenere plusvalenze sostanziose: il cosiddetto “effetto ricchezza” subito monetizzato per sostenere i consumi. Erano, pertanto, disponibili ad affidare i loro risparmi a professionisti in grado di farli fruttare meglio di quanto potesse fare la tradizionale attività di banca.
La “nuova” finanza è riuscita ad intercettare questa domanda. L’ha, al tempo stesso, intercettata e sollecitata, spingendo i propri depositanti ad un migliore impiego delle proprie disponibilità. Perché l’abbia fatta è facile da comprendere. Queste nuove attività rendevano commissioni di gran lunga superiore al margine tradizionale: vale a dire la differenza tra i tassi attivi praticati alla clientela e quelli passivi pagati per i depositi. Si trasformavano in margini di profitto che acquistavano, all’interno dei bilanci aziendali, un’importanza sempre maggiore. Per fare solo un esempio, in Italia, nel 2007, esse hanno contribuito per circa il 33 per cento ai ricavi complessivi: 22.343 miliardi, su un totale di 66.707. Era, quindi, chiaro che, alla fine, questa sarebbe divenuta la componente più dinamica dei risultati di gestione.
L’innesto di questa attività determinava nelle banche europee – per gli USA a questo pensavano soprattutto le banche d’affari – una mutazione organizzativa profonda. L’attività di retail rimaneva una sorta di binario morto, legato alla routine quotidiana. L’attività di investimento per conto terzi una specie di filone d’oro che solo pochi – il medio ed alto management – riuscivano a sfruttare. Come? Con retribuzioni adeguate agli utili che questa nuova attività portava alla banca. Si spiegano così gli appannaggi milionari e lo scarto che si determinava tra lo stipendio del semplice sportellista o del travet tradizionale rispetto a colui che aveva l’incarico di seguire un pacchetto di clienti dalle uova d’oro.
Il fenomeno era stato intuito fin dagli inizi degli anni ’90, quando Robert B. Reich aveva parlato degli “analisti simbolici” . Di quei manager o specialisti che hanno come punto di riferimento del loro lavoro il mercato internazionale, ma nessuno pensava che il fenomeno potesse diffondersi così profondamente all’interno delle strutture finanziarie. E soprattutto che assumesse un profilo di carattere etico, su cui istituzioni civili e religiose e qualche stesso banchiere hanno richiamato da tempo l’attenzione . Ma non è nemmeno questo il punto decisivo. I guasti prodotto dall’avidità dei manager si misureranno nei mesi successivi, con il decorso della crisi. Diverrà allora chiaro quanto queste scelte sbagliate, motivate esclusivamente dal tornaconto personale, hanno prodotto.
Altro che “creazione di valore” per gli azionisti. Era questa la motivazione che doveva giustificare il livello delle retribuzioni che i manager hanno preteso. Per verificarne la fondatezza occorrevano soggetti autonomi ed indipendenti capaci di scorporare dal rendimento lordo di ciascuna operazione il crescente premio per il rischio. Solo, allora, si sarebbe potuto calcolare quanto il manager aveva creato, nel medio periodo, per i propri azionisti per parametrare la relativa retribuzione. Ci volevano, in altri termini, agenzie di rating diverse da quelle che si sono dimostrate. Soggetti collusivi, più che di controllo, minati da profondi conflitti di interessi. Molto dei quali dovuti, a loro volta, alle alte retribuzione percepite dai rispettivi manager.
Oggi questi legami perversi stanno venendo alla luce. E’ difficile non essere d’accordo con Enrico Micheli, quando dice di essere rimasto “esterrefatto” dopo aver visto gli “stipendi dei manager”. Lui che non era certo “digiuno di certe cifre essendo stato direttore generale dell’IRI” . Che del resto non sia solo un caso italiano è dimostrato da quanto sta accadendo negli altri paesi. Sarkozy ha detto chiaramente che “i manager che hanno sbagliato devono essere sanzionati”. Ha quindi confermato che è sua intenzione proporre alla Francia nuovi principi etici, una diversa regolamentazione della governance e, soprattutto, regole differenti per la loro retribuzione.
In Germania, Peer Steinbruck, ministro delle Finanze, ha posto come condizione per ottenere aiuti di Stato che i manager non abbiano stipendi superiori a 500 mila euro. Gordon Brown, in forte risalita dopo gli insuccessi dei mesi precedenti, ha affermato che “in futuro bisognerà remunerare chi prende rischi in modo responsabile”. La FSA – l’organismo preposto alla vigilanza – invierà una lettera a tutti i CEO – chief executive officer, i nostri amministratori delegati – dove chiederà una diversa regolamentazione delle retribuzioni. Intanto, Fred Goodwin, amministratore delegato di Royal Bank of Scotland, salvata dal Governo inglese, lascerà il suo incarico senza alcun compenso. Sorte che condividerà con Andy Hornby e Lord Sennis Stevenson di HBOS, l’altra banca salvata dallo Stato.
Misure analoghe sono state prese negli Stati Uniti. La regola sarà che gli stipendi dei manager potranno essere deducibili, come costi aziendali, solo fino ad un limite massimo di 500 mila dollari. L’eventuale eccesso di generosità graverà interamente sugli utili aziendali. I bonus, a loro volta, saranno subito tassati del 20 per cento, ed avranno una minore ulteriore deducibilità. Lo spirito è quello che si diceva in precedenza. Come ha ripetuto più volte Henry Paulson, segretario del Tesoro, “i programmi di incentivi per gli stipendi non dovranno spingere i manager a prendere rischi eccessivi.” Prima dello scoppio della crisi, la Commissione europea aveva ventilato l’opportunità che la deduzioni massima per ciascun dipendente non potesse essere superiore ai 500 mila euro. Questione di etica: si disse allora. Di rigore economico – aggiungiamo noi – all’indomani del collasso finanziario.
Giulio Tremonti, dal canto suo, ha più volte ribadito che l’eventuale intervento dello Stato nelle banche italiane, comporterà anche una riorganizzazione interna che non potrà non investire il vecchio gruppo dirigente. E’ una linea che si muove in sintonia con quanto sta avvenendo negli altri paesi occidentali. Il moral hazard va giustamente colpito. Ma soprattutto è necessario disinnescare i meccanismi che lo determinano. Sotto questo profilo una diversa regolazione fiscale dei redditi più elevati può contribuire alla giusta soluzione. Tanto si è cominciato con il tassare le stock option, eliminando vecchi privilegi. Non si dimentichi, infatti, che una parte di quegli eccessi gravano sugli altri contribuenti. Che, seppure indirettamente, sono chiamati a rifondere lo Stato per i mancati introiti derivanti da un eccesso di generosità, tutt’altro che meritato.
Come si vede le componenti che hanno determinato il collasso finanziario sono tra loro diverse, anche se complementari nella spinta che hanno impresso al superamento di ogni regola di prudenza. Vi hanno contribuito fattori macroeconomici ed andamenti settoriali. Contingenze congiunturali e profili che attengono al campo sociologico. Per definire la giusta terapia sarà necessario averli tutti presenti ed intrecciare i diversi piani. Occorrerà ridiscutere i rapporti internazionali non separando, come è avvenuto finora, gli aspetti commerciali da quelli valutari. Finora si è chiuso un occhio sulla Cina. La cui moneta è da tempo sottovalutata. Questo vantaggio relativo le ha consentito di accumulare riserve finanziarie che poi sono state investite negli Stati Uniti. Un compromesso che ha retto fin quando il sistema finanziario internazionale è stato in grado di gestire, senza rischio, un gigantesco riciclaggio. Ma ora questa strada è preclusa. Occorrerà pertanto individuare nuove soluzioni.
Un secondo aspetto riguarda la presenza dello Stato. Negli anni ’70 ed ’80 l’eccesso di statalismo e di dirigismo portarono il sistema economico occidentale sull’orlo del collasso. Il “mercatismo” degli anni ’90, a sua volta, si è dimostrato altrettanto pericoloso. Forse occorre una nuova sintesi. L’esperienza che stiamo vivendo dimostra che il “keynesimo dei privati” non è in grado di dare stabilità al sistema. Esso amplifica le componenti cicliche dell’economia. Crea un’asimmetria che si manifesta nelle forme dell’esuberanza irrazionale e nel successivo inevitabile crollo. E’ successo per la new economy, quindi per il boom edilizio, infine per la “nuova” finanza. Occorre pertanto un presidio pubblico che sappia regolare diversamente il ciclo economico. Intervenire tempestivamente quando si manifestano i primi segni di surriscaldamento. Domare l’incendio prima che divampi. Il tutto nel rispetto del mercato che deve rimanere al centro dell’attività economica, ma all’interno di regole definite che spetta alla politica indicare.
Questa è la vera sfida che sta di fronte a tutti. Oggi la politica non gode di buona stampa. E’ vista come momento di separatezza. Una casta – ma allora i manager? – che non ha più a cuore le sorti delle moltitudini. C’è del vero in tutto questo. Ma anche un interrogativo che rimane. Senza la politica il mondo va meglio? Se ci fossimo fermati solo a qualche anno fa la risposta poteva essere anche positiva. Il mondo cresceva a ritmi elevati. Il credito concesso a piene mani aveva quasi fatto dimenticare che l’economia è una scienza triste: perché misura sempre il dare con l’avere. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. E si è riscoperto che la politica, per quanto poco attraente possa apparire, è comunque necessaria. La speranza è che essa stessa possa imparare dalla realtà e compiere quel balzo in avanti, in termini di qualità ed affidabilità, che è necessario per misurarsi con i difficili problemi del momento.
************************************************************************************************************************************** L’Economist del 11 ottobre 2008: Saving the system pa. 13 Giuliano Amato: Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati Il Sole 24 ore 5/10/2008. Si veda ad esempio Luigi Spaventa: Lehman andava salvata. Intervista di Tonia Mastrobuoni. Il riformista del 15 X 2008 In Lmtc erano presenti forti investimenti del Fondo pensione della Banca d’Italia Paul Sweezy e Paul Baran: Il capitale monopolistico. Einaudi 1978 Josef Steindl: maturità e ristagno nel capitalismo americano. Einuadi 1960 Charles P. Kindleberger: I primi nel mondo, l’egemonia economica dalla Venezia del ‘400 al Giappone di oggi. Donzelli 1997 Si veda, per tutti, Franz Fanon: Opere scelte, Einaudi 1971 Emmanuel Arghiri: l’èchange inegal, Maspero 1969 Banca d’Italia – Bollettino economico ottobre 2008, pag 8 Economist 11 – 17 ottobre 2008 – Inserto speciale: A special report on world economy pac.10 Salvatore Rossi: La nuova economia – i fatti dietro il mito. Il Mulino 2003 Gordon Moore, fondatore di Intel insieme a Robert Noyce Paul Krugman : Economia internazionale Hoepli 1991 Lines, Il mondo dopo Wall Street, pag. 9 (numero 5) Economist, cit. pag. 12 Silvano Andriani: La crisi che cambiò l’Europa . L’Unità del 15 10 2008 Hyman Minsky: The Global Consequences of Financial Deregulation, 1986, Marcus Wallenberg Papers on International Finance Ecoomist: World on the edge. 4 ottobre 2008 pag. 11 e 12 Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria:
E’ una crisi, quella che stiamo vivendo, per molti versi indecifrabile: le cui “diagnosi sulle cause” che l’hanno determinata – come ha scritto l’Economist di qualche settimana fa - è ancora “difettosa” . Manca del resto ogni serio tentativo di spiegarne il perché. Sembra quasi che gli economisti abbiano accolto l’invito che rivolgeva loro Giuliano Amato, dalle pagine de Il sole 24 ore: “un pudico silenzio”. Scelta sbagliata. Occorre, invece, che gli economisti, e non solo, si espongano. Cerchino di capire le ragioni più profonde che l’hanno determinata. Una buona terapia può nascere solo dopo una diagnosi accurata. La parte più facile di un possibile lavoro di scavo è tutta in negativo. E’, infatti, più semplice intuire quello che questa crisi non è. Non è la crisi del capitalismo, non è la crisi del libero mercato, non è la crisi della globalizzazione. Non siamo, insomma, alla fine della storia, come ogni tanto qualcuno teorizza improvvidamente. Capitalismo, mercato e globalizzazione faranno parte, ancora per molto tempo del nostro zeitgeist: lo spirito del tempo, che i tanti “ismi”, lascito del ‘900, vorrebbero cancellare.
Nel corso della sua lunga storia, il capitalismo è sopravissuto a guerre - sia calde che fredde – e a distruzioni. A crisi devastanti, come quella del 1929. Ma passato un inverno più o meno lungo, la sua vitalità gli ha consentito nuove stagioni. E le varie teorie del “crollo”, con cui per anni ha giocato almeno una parte del movimento comunista internazionale si sono dimostrate quello che erano. Una grande balla: utile tuttavia per alimentare attese messianiche all’insegna della doppiezza. La forza del ragionamento di Marx era in un acuto senso della storia. Se erano crollati gli antichi regimi, anche il capitalismo alla fine sarebbe stato superato da un mondo migliore. Almeno fino ad oggi – domani non sapremmo dire - è avvenuto il contrario. Quel mondo migliore – lo dimostra l’evoluzione della Cina comunista, che di questa crisi è un agente non secondario – è all’insegna della libertà e del modo di operare dei meccanismi di mercato.
Che poi il processo sia tutt’altro che lineare è tesi su cui si può, agevolmente, convenire. Schumpeter parlava di “distruzione – creatrice” per sintetizzare, al massimo, il modo di operare delle economie non pianificate. E quando Giulio Tremonti ipotizza che, alla fine del tunnel, l’Italia uscirà dalla crisi più forte di prima, si muove all’interno di questo universo teorico. Dalla sua ha l’esperienza storica più recente. Anche nel 1987, nel corso di una delle più violente crisi di borsa di questo dopoguerra, si parlava di un '29 prossimo venturo. Non è stato così. Quella distruzione fu foriera della nascita di un nuovo equilibrio, all’insegna della new economy. Il presupposto per un salto tecnologico che ha mutato il volto del Pianeta. Poi anche questa fase è passata, segnata da una nuova crisi e dalla nascita di un nuovo fenomeno: quello delle “bolle speculative” e dell’eccesso di esuberanza. Quindi una nuova caduta della borsa ed il successivo contagio prima agli immobili ed infine alle materie prime ed i prodotti alimentari.
L’attuale default internazionale è figlio di quegli stessi processi. Neanche questa è una novità. Nel corso di questi ultimi anni abbiamo avuto un susseguirsi di crisi bancarie: in Spagna nel 1977, in Norvegia nel 1978, in Finlandia e Svezia nel 1991, in Giappone nel 1992, ed oggi negli Stati Uniti. Con una differenza che balza, immediatamente, agli occhi. Allora la crisi aveva colpito le arterie del sistema occidentale: non il cuore. La crisi americana ha avuto un effetto devastante proprio perché ha leso quest’organo vitale. Si dice che se non si fosse lasciata fallire Lehman Brothers , oggi non saremmo a questo punto. Può essere. Noi pensiamo invece che i problemi siano ben più complessi e non riconducibili ad un semplice episodio. Esso è stato, indubbiamente, un elemento scatenante, ma la crisi covava sotto le ceneri.
Lo dimostra il fatto che analoghi fallimenti non avevano prodotto le stesse conseguenze. Il default di LTCM, l’hedge fund, gestito da premi nobel dell’economia – un capitale pari a 2,2 miliardi di dollari, prestiti dalle banche per 125 miliardi di dollari, una leva finanziaria pari a 55 volte – nel 1989 non ebbe gli stessi effetti. Come non lo ha avuto l’altro disastro – il salvataggio delle Savings and Loans – alla fine degli anni ’80. In quei casi le perdite furono riassorbite rapidamente. La crisi restò circoscritta all’interno dei confini nazionali, anche se non mancò chi, in Italia, ci lasciò qualche penna.
Per dare completezza alla nostra analisi, non bisogna poi dimenticare le grandi crisi valutarie che in questi anni hanno punteggiato la storia internazionale. Da quella messicana del 1994 a quella asiatica e russa del 1997, per poi spostarsi in Brasile (1999), Turchia (2001) ed Argentina (2002). Crisi che minarono profondamente le economie di quei paesi. Che determinarono gravissimi problemi di carattere sociale. Ma che furono, alla fine, superate al punto tale che la ripresa di quelle stesse economie, in molti casi, ha determinato un cambiamento profondo nella geo-politica del Pianeta. Si pensi solo alla Corea, che di quella crisi fu una delle vittime. Il fallimento di Lehman fu anche dovuto al fatto che il Governo di quel Paese, rinunciò, sul filo di lana della conclusione dell’accordo, ad intervenire nel capitale della banca, ormai agonizzante.
Se non è un “crollo”, questa crisi, allora, cos’è? Coincide, senza dubbio, con la fine di un ciclo. Gli storici che verranno parleranno di questa fase come del più lungo periodo di sviluppo che l’umanità abbia mai conosciuto. Tale da far impallidire, per durata e profondità, la golden age: i mitici anni ’50 che segnarono la ricostruzione post bellica dei paesi occidentali. Con in più una seconda caratteristica. La rinascita di un paese maturo, come gli Stati Uniti, che si voleva da tempo condannato ad un inevitabile declino. Questo era stato il destino che almeno una parte della teoria economica voleva riservargli. E non era solo la vecchia profezia di Carlo Marx e le sue tesi traballanti sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Ma dello stesso Keynes, che non nascondeva il suo pessimismo per le sorti progressive del capitalismo a lui contemporaneo. Da questo insolito connubio era nato tutto il filone teorico – da Paul Sweezy e Paul Baran a Josef Steindl - che faceva dello “stagnazionismo” la chiave di lettura per comprendere l’evoluzione futura dell’occidente, nella sua competizione con il mondo del socialismo reale. Suggestioni, oggi, ritornanti.
La rinnovata crescita americana, dopo un lungo periodo di difficoltà, era stata la prima sorpresa di quella fase. Negli anni ’80 gli Stati Uniti avevano subito un duplice assedio. Da un punto di vista politico, l’orso sovietico – erano quelli gli anni dell’invasione dell’Afganistan – ne insidiava le zone di influenza. Da quello economico, il Giappone sembrava essere sul punto di conquistare un primato assoluto e di invadere, con i suoi investimenti diretti, le stesse roccaforti di Wall Street. L’America era impaurita e timorosa, al punto che alcuni economisti ne teorizzarono la fine imminente come perno dell’equilibrio occidentale. Così non solo non è stato. Ma oggi la crisi americana è crisi di tutto il Pianeta, a dimostrazione della sua inossidabile centralità. Una seconda sorpresa fu la sua durata. Quasi venti anni di sviluppo, seppure turbato da crisi finanziarie – quella della new economy – subito tamponata o da eventi politici drammatici, come gli attentati alle Twin Towers. La breve battuta d’arresto, che comportò quest’orrenda tragedia, fu archiviata nello spazio di qualche mese e l’economia di quel paese, al contrario dell’Unione europea, riprese la sua corsa.
Si consideri, poi, che la golden age fu un fenomeno circoscritto ai paesi occidentali. La ricostruzione post bellica e l’apertura degli scambi ebbe una scarsa influenza sulla restante parte del Pianeta. La guerra fredda isolò e contrappose i due blocchi, che seguirono autonome logiche di integrazione. Il Terzo mondo – ossia la maggior parte del Globo – rimase tagliata fuori da ogni prospettiva di sviluppo, nonostante gli appelli dell’ONU e gli inviti rivolti a dare ossigeno – aiuti, prestiti ed apertura dei mercati – ai “dannati della Terra”. Meccanismi economici perversi - come il fenomeno dello scambio ineguale - trasferivano, costantemente, risorse dalle periferie verso le metropoli del benessere. Il prezzo di un barile di petrolio era, allora, pari ad una manciata di dollari. Mentre quello dei prodotti industriali cresceva costantemente.
Il ciclo degli anni ’90 ha invece progressivamente coinvolto queste aree nel circolo virtuoso dello sviluppo. Ha sottratto milioni di persone all’inedia ed alla pura sussistenza. Ha offerto loro una speranza di vita ed una prospettiva che non trova rispondenza, in tutti i secoli precedenti. Mutamento straordinario: talmente radicale che se l’economia mondiale riuscirà a crescere del 3,9 e del 3 per cento, nei prossimi due anni (2008 – 2009), il carburante verrà solo dal Brasile (3,5 e 5,3%), dalla Cina (9,7 e 9,3 %), dall’India (6,9 e 7,5%) e dalla Russia (7 e 5,5 %) . Paesi che solo 10 anni fa erano la palla al piede dell’economia mondiale, oggi ne sono divenuti il potente motore. Com’è potuto accadere?
Secondo l’Economist , “il sistema finanziario internazionale ha subito nelle ultime tre decadi una grande evoluzione. In questi ultimi anni, poi, la sua crescita è divenuta esplosiva grazie alla presenza di tre elementi simultanei ma distinti: la deregulation, l’innovazione tecnologica e la forte crescita nella mobilità del capitale”. Fenomeni che vanno analizzati sia per comprendere il contributo fornito da ciascuno che le reciproche iterazioni, in modo tale da poter configurare il modello di sviluppo che ne è derivato. Operazione indispensabile se si vuol esprimere un qualche giudizio motivato circa la sua possibile sopravvivenza, dopo la grande tempesta, di questi ultimi mesi.
La deregulation fu, indubbiamente, la conseguenza di una precisa scelta politica, che trovò in Donald Reagan e Margareth Thatcher i suoi principali artefici. Fu la risposta di questi due “cavalli di razza” alla crisi dei rispettivi paesi. L’Inghilterra viveva da tempo nella morsa del declino. Gli Stati Uniti, come abbiamo già detto, soggiacevano all’incubo del “pericolo giallo” e del sorpasso giapponese. La maggior parte dei paesi occidentali, inoltre, era, a sua volta, soffocato dalla morsa della stagflation: fase terminale di quella lunga stagione, ch’era stata segnata da fordismo e dal keynesimo. Le cui ricette incorrevano nella critica corrosiva di nuovi economisti, come Milton Friedman e la scuola di Chicago. La scelta di puntare più sul mercato e meno sullo Stato divenne, in breve, l’unica alternativa per non arrendersi ad un’inevitabile deriva.
Non se ne comprende tuttavia l’enorme successo, che contagiò non solo l’Occidente – determinò il crollo del muro di Berlino e l’avvio di un nuovo corso nella società cinese – se essa non viene letta in un quadro più ampio. Le nuove ricette teoriche erano infatti supportate dai cambiamenti ch’erano, nel frattempo, intervenuti, seppure in forme embrionali, nella società. Una rivoluzione tecnologica, all’inizio silenziosa, aveva preso il via, determinando una rottura profonda dei vecchi paradigmi tecnologici. Essa si basava sull’impiego sempre più massiccio dell’elettronica e dei nuovi materiali ed avrebbe, in breve, creato un ambiente – quello dell’ICT information and comunication tecnology – completamente nuovo e diverso rispetto al passato.
Si vedrà solo in seguito quali sarebbero state le novità più rilevanti. Il loro sviluppo avrebbe consentito al sistema economico di uscire dalla logica del gigantismo industriale, che fino ad allora, grazie alle economie di scala, era l’unico modo attraverso il quale poteva aumentare la produttività di sistema. Dalle organizzazioni complesse e concentrate si sarebbe passati alle strutture a rete: il network che consentiva un downsizing – il rimpicciolimento – delle singole attività da collegare poi attraverso le rete informatica. Sarebbero nate, quindi, le strutture specializzate – l’outsoursing – in grado di abbattere le grandi barriere burocratiche ed i relativi costi, spesso dovuti ad inefficienze di carattere sistemico.
Il volume degli scambi – scambi in senso lato – avrebbe subito un’impennata, dando nuova forza al mercato, il cui spazio sarebbe debordato, occupando le zone grigie che prima caratterizzavano i rapporti all’interno delle strutture burocratiche delle grandi aziende. Sarebbe stato, quindi, possibile segmentare il processo produttivo, ottimizzandone le varie fasi nello sforzo teso alla riduzione dei costi. La fabbrica moderna sarebbe così divenuta, sempre più, il luogo in cui si assemblavano pezzi ottenuti da officine specializzate – tipico è il caso dell’automobile – che non avrebbero lavorato solo per la singola casa madre, ma per il mercato stesso. Nel frattempo tecniche di comunicazione, sempre più sofisticate – si pensi alla TV – avrebbero alimentato il consumo, diversificando, nel brand, prodotti il più delle volte ottenuti da una diversa combinazione degli stessi componenti.
A loro volta, le tecniche informatiche avrebbero abbattuto la dimensione del tempo e dello spazio, fino ad allora conosciuta. Avrebbero reso più rapido e diretto il processo decisionale annullando le barriere burocratiche della vecchia organizzazione verticistica e piramidale. Un impatto violento su tutte le giunture sociali in grado di mettere in ginocchio quei paesi – il blocco del socialismo reale - che avevano nella sola burocrazia la loro forza effettiva. L’URRS crollò anche perché non poteva reggere all’impatto di queste tecnologie che dilatavano gli spazi di mercato e con essi i confini delle libertà individuali.
La rivoluzione nei sistemi di trasporto completò il quadro. Il crollo dei relativi costi, resi possibili dagli automatismi elettronici inseriti a piene mani nelle macchine per la movimentazione, allargarono gli orizzonti. Iniziò, così, quel processo di delocalizzazione verso i confini del mondo, dove un capitalismo, ormai globalizzato, trovava nuove convenienze. E paesi lontani, non solo geograficamente, ma storicamente e culturalmente, divennero i manufacturing hub di tutto il Pianeta. I luoghi dedicati alla produzione manifatturiera.
Questi complessi fenomeni non sono accaduti per caso. Le nuove tecnologie racchiudevano in se caratteristiche completamente diverse, rispetto al passato industriale di ciascun paese. Erano pervasive. Riuscivano ad entrare in tutte le produzioni manifatturiere. Ne modificavano il profilo – come è avvenuto per la componente elettronica delle automobili – migliorandone la qualità ed il prezzo. Investivano il campo dei servizi, riducendo i tempi morti, eliminando le mansioni più ripetitive, qualificando quelle più povere di contenuto. Se nel vecchio mondo fordista, la produttività nasceva nella grande fabbrica industriale. Nel nuovo mondo essa è la risultante di un’attività diffusa. Della cosiddetta “produttività totale dei fattori” : come dicono, ora, gli economisti. Costretti a studiare il modello americano che di questi insegnamenti ha fatto virtù, ottenendo i grandi risultati di questi ultimi anni.
Una grande clonazione: ecco cosa hanno prodotto le nuove tecnologie. Ma questa progressiva larghissima diffusione, a sua volta, è stata conseguenza di una loro specifica tecnica: la cosiddetta legge di Moore , dal nome di colui che l’enunciò. Secondo questa generalizzazione, fondata sull’osservazione empirica, la potenza dei microprocessori raddoppia, in media, ogni 12 – 18 mesi. E seppure i costi di produzione aumentano, alla fine, il costo unitario della loro utilizzazione scende continuamente. Come è possibile verificare quotidianamente. Abbiamo computer sempre più potenti ad un prezzo sempre più basso e lo stesso capita per le nostre comunicazioni. Il cui costo scende sia intermini reali che nominali. Si spiega così il loro continuo sviluppo: determinato dal fatto che queste produzioni, in proporzione, sono quelle sempre meno costose e quindi più convenienti.
Qual è stato il loro riflesso di carattere macroeconomico? Per capirlo è necessario analizzare un secondo fattore, che esse stesse hanno contribuito a determinare: il fenomeno della delocalizzazione, impensabile senza le moderne tecniche della comunicazione. Le conseguenze macroeconomiche di questo processo sono state identiche. La ricerca di una maggiore convenienza economica ha spinto le imprese – prima le multinazionali poi le altre – ad investire dove i costi – specie quelli del lavoro – erano più bassi e le materie prime più abbondanti. I prodotti realizzati sono stati ottenuti ad un costo minore, grazie al quale si è potuto far concorrenza a quei paesi che, negli anni precedenti, avevano un vantaggio competitivo. Ne è derivata una guerra dei prezzi che ha portato al fallimento delle produzioni più costose ed allo sviluppo di quelle più economiche.
Questo secondo processo ha cambiato il volto dell’economia mondiale. La vecchia teoria del commercio internazionale prevedeva una rigida gerarchia: ai paesi sottosviluppati il compito di produrre i beni più semplici dal punto di vista merceologico, materie prime e prodotti agricoli. Ai paesi più sviluppati era invece riservata la produzione a maggior valore aggiunto. Oggi questa divisione non esiste più. Né essa è difendibile da un punto di vista teorico, come ha dimostrato Paul Krugman, il nuovo premio Nobel per l’economia, con le sua “new trade theory” . Ora la concorrenza è globale. Ciascun paese può produrre quello che vuole. L’unico elemento che conta è la sua forza competitiva: vale a dire la capacità di vendere la propria merce con un rapporto qualità – prezzo migliore dei suoi diretti competitori. Con quali conseguenze ai fini del funzionamento del mercato?
La prima di carattere sociale, la seconda di natura squisitamente economica. Nel mondo delle “economie chiuse” – con scambi limitati anche se crescenti com’era avvenuto fino agli anni ’80 – le grandi imprese, che dominavano il mercato interno, erano anche in grado di fissare, con tecniche di tipo oligopoliste, il livello dei prezzi. Ne derivava un extra profitto che poteva essere ripartito – sulla base dei diversi rapporti di forza - tra tutti coloro che avevano contribuito alla produzione. Si diceva allora che i vantaggi del progresso tecnico si ripartivano grazie ad un aumento delle retribuzioni dei fattori che avevano contribuito al suo sviluppo. Ripartizione che avveniva seguendo logiche complesse racchiuse nel circuito “imprese – Stato – organizzazione dei lavoratori”: quindi sindacati. Se la lotta per la redistribuzione delle risorse – utili, salari, spesa pubblica– sconfinava oltre i livelli di produttività realizzati, la conseguenza era la crescita del processo inflazionistico.
La nuova spinta competitiva derivante dalle produzioni ICT e da quelle provenienti dai mercati esteri ha scardinato questo modello. Grazie alla maggiore concorrenza, la fissazione dei prezzi è tornata ad essere una prerogativa del mercato. Con un tallone di riferimento – quello della produttività – che può essere difficilmente alterato dalla persistenza di logiche oligopoliste, sempre meno compatibili con la nuova dimensione internazionale che lo stesso mercato ha assunto. Il cambiamento, da un punto di vista macroeconomico, è stato radicale. Nelle nuove condizioni storiche, infatti, i vantaggi di produttività non si ripartiscono più, come negli anni ’70 e ’80, ma, traducendosi in una continua caduta dei prezzi, sia pure relativi, vanno a vantaggio direttamente del consumatore. Ne consegue che il processo inflazionistico che, in precedenza, era una componente ineliminabile dello sviluppo, in questi ultimi 15 anni è quasi scomparso.
Nel valutare le conseguenze della crisi finanziaria ed il suo stesso decorso, questi dati devono essere tenuti presenti. Si tratta di cambiamenti in larga misura irreversibili. Che la crisi finanziaria non sarà in grado di rovesciare, se non al prezzo di una vera e propria catastrofe. Come accadde del resto agli inizi del ‘900 quando la prima globalizzazione che la storia ricordi fu, appunto, fermata dallo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale. Ipotesi oggi impensabile, visto il livello di distruzione della tecnologia militare. Il mercato dei prossimi anni rimarrà pertanto quello che abbiamo descritto: più scambi internazionali, più concorrenza, più produttività, quale presupposto di una maggiore crescita economica, a sua volta, precondizione di una qualsivoglia politica redistributiva.
Entrambi questi processi – forte sviluppo tecnologico ed integrazione dei mercati – sarebbero risultati impossibili senza un corrispondente sviluppo del sistema finanziario che ha fatto da traino ad entrambi, ma che a sua volta è stato trainato dalle conseguenze monetarie – la bassa inflazione – di quel modello. Il suo contributo è stato determinante. Ha valorizzato i primi successi – si pensi alla storia di Steve Jobs e Steve Wotziac gli inventori di Apple – ha finanziato gli investimenti diretti nei quattro continenti che sono all’origine del trasferimento di tecnologie verso i paesi a recente industrializzazione ed il loro continuo sviluppo. Insomma, il sistema finanziario ha costruito le grandi arterie su cui è cresciuta, in tutti questi anni, l’economia mondiale ed il commercio internazionale.
Le cifre della sua enorme espansione sono testimonianza degli sforzi effettuati. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali il volume delle attività finanziarie era pari, nel 2007, a 11 volte il PIL mondiale. Qualcosa come 600 mila miliardi di dollari. Crescita vertiginosa che si è manifestata, soprattutto, negli ultimi 10 anni. Nel 1998, ad esempio, il volume delle attività finanziarie era pari a “solo” 75 mila miliardi di dollari: due volte e mezzo il PIL mondiale. Negli ultimi 30 anni, la ricchezza finanziaria dei paesi sviluppati è aumentata di 5 volte. L’Italia, com’è noto, è il paese con la più alta ricchezza finanziaria pro – capite (circa 8 volte), in rapporto al reddito. Una montagna, tuttavia, che poggiava su una base materiale – il PIL mondiale – troppo ristretta per sorreggerla. Era prevedibile che, prima o poi, la legge di gravità avrebbe fatto valere le proprie prerogative.
Come si è arrivati a tanto? E perché la crisi non è esplosa prima? Per la verità segnali ce n’erano stati. A partire dal 1987, con la prima grande crisi di borsa, che nello spazio di qualche giorno aveva determinato perdite gigantesche. Ad essa fece fronte Alain Greenspan, il presidente della FED la banca centrale americana, con la sua politica monetaria. Il crollo fu arginato immettendo liquidità nel sistema: operando, cioè, in modo diametralmente opposto a quanto era avvenuto con la crisi del ‘29. Per Greenspan fu un trionfo personale che lo trasformò in un vero e proprio guru. Da quel momento divenne, infatti, l’artefice incontrastato della politica economica americana ed una leggenda vivente.
Lo scampato pericolo portò, tuttavia, a trascurare le possibili insidie. Il clima congiunturale, del resto, era disteso. L’inflazione era contenuta da quei fenomeni che abbiamo appena illustrato. La moneta poteva diventare, pertanto, il lubrificante che rendeva più fluidi i meccanismi dello sviluppo economico complessivo. Era giusta questa previsione? Solo in parte. Nel sistema economico le crisi congiunturali sono un po’ come l’influenza. Se al minimo accenno di tosse si somministrano antibiotici lo stato flogistico si combatte, ma l’organismo si indebolisce. Greenspaan fece continuamente ricorso alla leva della liquidità per combattere i momenti di crisi. Lo fece quando fallì LMTC quando scoppiò la bolla speculativa della “new economy”. Le crisi furono arginate, ma il travaso di liquidità investì, via via, altri assets: passò prima sugli immobili, quindi sulle materie prime ed i prodotti alimentari. Quest’ultima circostanza, in particolare, fece venir meno le favorevoli condizioni di partenza. I prezzi iniziarono a salire, rendendo più guardinghe le Banche centrali. Le aspettative per un rialzo dei tassi di interesse, che avrebbe posto un freno all’eccesso di liquidità, divennero sempre più consistenti. E fu l’inizio della crisi.
Qual’era il limite sistemico della politica seguita in precedenza? L’abbassamento del livello di guardia. Una soglia prudenziale relativa all’attività di investimento sempre più bassa: il cosiddetto “merito del credito”. Come in ogni mercato il valore relativo del singolo bene è dato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Se l’offerta di credito, a seguito di un eccesso di liquidità deborda, gli operatori finanziari sono spinti alla caccia del possibile cliente. La concorrenza li spinge non solo a praticare condizioni eccezionali, ma anche a chiudere più di un occhio rispetto alla solvibilità del proprio interlocutore. Il fallimento di Enron, che nello spazio di pochi anni era divenuta la settima multinazionale americana, e gli altri che seguirono, comprese le appendici italiane (Cirio e Parmalat), erano stati i segnali premonitori. Dimostravano che i sistemi del controllo interno ed esterno non funzionavano più da tempo. Che, nella gestione del credito, era facile sbandare e creare disastri.
Si poteva fare diversamente? I vincoli di carattere politico all’interno dei quali la FED era costretta ad operare erano pesanti. La congiuntura interna doveva essere sostenuta, per garantire agli Stati Uniti un tasso di crescita adeguato. Nello stesso tempo si doveva dare copertura al suo doppio deficit: quello delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e quello federale. Entrambi riflesso dei costi dell’egemonia non solo politica ma militare del più forte paese occidentale. Ed entrambi destinati a generare debito. Gli ultimi dati (luglio 2008) indicano che il debito estero americano è pari a 2.676 miliardi di dollari ed il deficit di bilancio di 400. L’eventuale aumento dei tassi di interesse avrebbe comportato una consistente crescita dei relativi oneri. Se la FED, nella sua autonomia, era di manica larga, la stessa Amministrazione non poteva che gioirne. Tanto più che i paesi finanziatori (soprattutto Giappone, Cina, Regno Unito e paesi produttori di petrolio, che ne detengono oltre il 60 %) non mostravano segni di inquietitudine.
Naturalmente qualcuno ci rimetteva. Il popolo dei risparmiatori – cioè gli stessi detentori di quella ricchezza finanziaria che nel frattempo si accumulava – non erano adeguatamente retribuiti. I depositi bancari era compensati da un tasso di interesse che era più basso della seppur bassa inflazione. Subivano, cioè, tassi di interesse negativi, in termini reali con conseguenti perdite in conto capitale. Che come premio all’astinenza dal consumo non è, poi, una grande cosa. Le reazioni, pertanto, non si era fatte attendere. In due opposte direzioni: la ricerca di investimenti alternativi ai depositi bancari; la spinta ad anticipare il consumo, con il ricorso al debito, sfruttando cioè a proprio favore i vantaggi di una congiuntura particolarmente felice.
La prima attività fu indubbiamente favorita dalle nuove tecnologie. La rete dei computer offriva al singolo la possibilità di accedere direttamente al tempio della finanza. Come spesso capita, quando una tecnologia diventa dominante, essa crea, a volte, una propria cultura. In quegli anni il trading domestico, in borsa, prima della bruciante caduta degli inizi del 2000, divenne uno sport di massa. La seconda via di fuga fu la crescita dei consumi, grazie alle maggiori facilitazioni creditizie. Nel 1986 il debito della famiglia media americana era pari all’80% del suo reddito disponibile. Nel 2000 questa percentuale era divenuta pari al 100 per cento per raggiungere, infine, la soglia del 140 per cento nel 2007. Gli altri paesi occidentali, con la sola esclusione dell’Italia (dove il debito è all’incirca pari al 50 per cento del reddito disponibile), seguivano, più o meno, lo stesso indirizzo. Insomma era una grande euforia collettiva. Tante cicale e pochissime formiche.
Debito pubblico, quindi, e debito privato: sono stati questi gli ingredienti principali che hanno sostenuto lo sviluppo ciclico degli anni ’90. Se ci si allontana dall’albero, per vedere meglio la foresta, il sistema messo in piedi somigliava, pur con le necessarie differenze, alle tecniche di tipo keynesiano degli anni ’70 ed ’80. Allora la domanda interna (consumi ed investimenti) era sostenuta direttamente dalla mano pubblica. Era lo Stato che si indebitava, ipotecando la vita delle generazioni future. Nel ciclo degli anni ’90 questa funzione è stata invece svolta dal sistema finanziario nel suo complesso, che ha offerto risorse ch’egli stesso era in grado di creare, bipassando ogni controllo di carattere sistemico. Ha quindi ragione, seppure parzialmente, Silvano Andriani quando afferma ”le retribuzioni sono rimaste stagnanti, alla maggioranza della popolazione è stata preclusa la possibilità di partecipare ai benefici della crescita della produttività, ma le è stato concesso di indebitarsi facilmente”. Ciò che non funziona è la prima parte del suo ragionamento. Le retribuzioni non sono aumentate e, dati i vincoli di carattere competitivo non potevano aumentare, proprio a causa di uno sviluppo della produttività non coerente con la crescita della domanda complessiva. Il vuoto che ne è derivato è stato colmato dal trasferimento delle risorse finanziarie, per il tramite degli intermediari privati. Trasferimenti che hanno riguardato sia gli Stati: dai paesi in surplus (principalmente Cina e Paesi produttori di petrolio) ai paesi in deficit (soprattutto USA). Sia le famiglie. In entrambi i casi, questo è stato possibile grazie alla maggior liquidità che il sistema finanziario, stante il basso livello dei tassi di interesse di riferimento, era in grado di creare.
Poteva durare all’infinito? La risposta di Hyman Minsky, un economista americano che ha dedicato una vita allo studio dei mercati finanziari, è negativa. La contraddizione era all’interno del modo di funzionare dei mercati finanziari. Secondo le sue osservazioni, i periodi di stabilità, specie se sono particolarmente lunghi, portano spesso a degli eccessi che culminano in una crisi. E questo capita tanto più spesso, e con maggior violenza, quanto più i mercati sono liberi. In queste circostanze, infatti, le aspettative sono al rialzo, finché non si raggiunge un punto limite, oltre il quale si ha una caduta rovinosa.
L’ipotesi è condivisibile, specie se corredata dall’osservazione empirica. Per gestire risorse finanziarie delle dimensioni che abbiamo indicato (11 volte il PIL mondiale) le grandi banche dovevano disporre di un adeguato patrimonio. Le regole internazionali (Basilea 1 e Basilea 2), che sono alla base dell’attività di vigilanza delle banche centrali, stabiliscono, infatti, dei ratio tassativi. In genere il rapporto tra il patrimonio netto ed il totale dell’attivo, ponderato con parametri diversi a secondo del rischio implicito nelle diverse operazioni di finanziamento, non deve essere inferiore all’8%. Se questo coefficiente patrimoniale diventa più basso, la banca centrale ordina una riduzione dell’esposizione creditizia o un aumento del capitale sociale. E’ quanto avvenuto per Unicredit all’indomani della crisi.
Sono stati rispettati questi parametri? La risposta è negativa. In Francia questo coefficiente risulta essere pari solo al 2,7%, in Germania al 2, in Gran Bretagna al 4,4. Solo in Italia, con un valore medio pari al 7,9%, la prudenza non è venuta meno. E questo spiega la maggior solidità relativa del nostro sistema bancario. Per alcune banche europee, al centro della crisi, si erano toccati livelli ancora più bassi: 1,8 per Deutsche Bank, 2,04 per UBS, 2,1 per Ing, 1,2 per Hypo Real State, 2,3 per Commerzal Bank, 2,1 per Deutsche Post. Agli stessi risultati si giunge se si considera la leva finanziaria: vale a dire il rapporto tra attivo finanziario e patrimonio netto. Barclays aveva un volume di impegni pari a 61 volte il suo patrimonio, Deutsche Bank a 53 volte. Valori irrealistici.
Per avere un termine di paragone si consideri che mentre le banche americane prestano, in media, 1 dollaro per ogni 96 cent di depositi. Quelle europee ne impiegano 1,40 per ogni euro. Sono, cioè, mediamente più esposte. Infatti la leva finanziaria delle banche americane è mediamente più corta, con un coefficiente che non supera le 30 volte. Era pari a 31 per Lehman Brothers, prima del fallimento e a 23 per Goldman Sachs. Come si spiega allora che l’epicentro del sisma si è collocato proprio a Wall Street? Per rispondere a questa domanda, sono necessarie due considerazioni. La prima è specifica. Riguarda cioè le caratteristiche del sistema finanziario americano e le sue diversità, rispetto alla situazione europea.
Negli USA esiste una distinzione netta tra le banche commerciali e quelle di affari. Queste ultime erano rappresentate dalle cosiddette Big Five – Bear Sterns, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Goldman Sachss e Morgan Stanley – banche che, non a caso sono fallite o in procinto di essere acquistate da altre istituzioni finanziarie. Per una decisione improvvida di Bill Clinton esse erano state sottratte al controllo della FED ed affidate alle cure della SEC, l’organismo di vigilanza che, al pari della CONSOB italiana, sovrintende alle società quotate in borsa. Esse erano state, quindi, sottratte ai vincoli della regolamentazione prudenziale . Potendo operare liberamente ed irresponsabilmente, esse sono divenute un dei vettori principale della crescita esponenziale degli aggregati creditizi.
La considerazione di carattere più generale riguarda, invece, tutte le banche ed entrambi i modelli. In Europa, infatti, non esiste una distinzione tra banche commerciali e banche d’affari. Esse, sulla base dell’esperienza tedesca che ha fatto scuola, sono universali. Esercitano cioè le funzioni tradizionali di retail – raccolta di depositi – e quelle che negli USA erano, invece, riservate alle banche d’affari. Nella loro pancia, sebbene sottoposte ai vincoli della regolamentazione prudenziale, sono, pertanto, presenti entrambe le operazioni:. Come si spiega allora la forte crescita degli aggregati creditizi? La vigilanza delle banche centrali non doveva esercitarsi prima che i buoi fuggissero dalla stalla?
Per capire quanto è successo, basta un dato. Nel 2001 il valore dei crediti cartolarizzati era già superiore all’attivo di tutte le banche. Da allora questi prodotti sono lievitati a ritmi impressionanti, contribuendo a dilatare la piramide dell’esposizione creditizia. Per ottenere questi risultati sono stati inventati di volta in volta nuovi strumenti che hanno assunto le denominazioni più diverse: subprime, vehicle, conduit, asset-backed commercial paper, collaterizzated debt obligations, derivates, monolines, hedge fund. Ciascuno di questi prodotti rispondeva a caratteristiche ed esigenze diverse. Avevano tuttavia qualcosa in comune. La banca poteva sbarazzarsi del credito concesso. Lo poteva impacchettare in un fondo comune di investimento che veniva immesso sul mercato per farlo vivere di vita propria. Poteva essere ceduto ad altri risparmiatori, garantendo loro un rendimento adeguato. Almeno fin quando il debitore originario era in grado di fare fronte ai suoi impegni.
Grazie a questo sistema, una specie di catena di Sant’Antonio, i volumi di credito subivano una moltiplicazione senza precedenti. Il gestore del fondo, infatti, con le quote vendute sul mercato poteva confezionare nuovi pacchetti e porli nuovamente in vendita. Ne avrebbe ottenuto ulteriori risorse per continuare nel gioco iniziale. Operando in questo modo le banche riducevano, ma solo in apparenza, la loro esposizione creditizia. Quelle voci, infatti, una volta cedute, uscivano dai loro bilanci, contribuendo ad accrescere i coefficienti patrimoniali.
Che l’operazione fosse rischiosa era evidente. Finché il mercato teneva, le cose andavano per il verso giusto. Ma un eventuale cambiamento del clima avrebbe determinato conseguenze imprevedibili. Per cautelarsi molte banche e gestori di fondi avevano assicurato la loro attività dai rischi futuri. Negli USA il principale collettore delle relative polizze era stato AIG – American International Group – la più grande compagnia d’assicurazione del mondo che garantisce il pagamento delle pensioni di milioni di americani. Al suo interno operava una divisione finanziaria che si comportava come un banca d’affari. Aveva investito in derivati oltre 300 miliardi di euro, stipulando polizze contro credit default swaps. Per coprire questo impegno finanziario, a sua volta aveva emesso titoli collocati presso la propria clientela. Quando il mercato dei subprime è collassato, i fondi di investimento hanno preteso il risarcimento ed AIG si è trovato nei guai. Conseguenza? E’ dovuto intervenire il Tesoro americano con un prestito di 118 miliardi di dollari (seppure in due tranche), a fronte del quale acquisterà l’80 per cento del capitale della compagnia di assicurazione.
Lo sviluppo del mercato dei subprime ha rappresentato il punto di non ritorno. La buccia di banana su cui sono cadute le ambizioni della “nuova finanza”. Si trattava di mutui concessi a persone non solvibili, che non erano in grado di sostenere nel tempo la relativa rata di ammortamento. Perché si sia sviluppata questa attività oltre ogni ragionevole limite, ancora non è del tutto chiaro. C’era, ovviamente, la concorrenza tra banche e la loro smania di profitto. Ma c’erano, soprattutto, Fannie Mae e Freddie Mac, che riacquistavano i mutui ipotecari – anche su input di una politica all’insegna dello Stato compassionevole – per poi ricollegarli sul mercato attraverso nuovi titoli: i mortage-backed securities. Il rischio, in altri termini, dalle banche private veniva trasferito nella mani provvidenziali di una struttura semi – pubblica e da questa diluito tra migliaia di investitori, spesso ignari del rischio che correvano.
Così Giuliano Amato ha riassunto la situazione: “si sono messi in circolazione titoli di credito sulla base di criteri probabilistico – assicurativo e non più sulla base di pre – esistenti garanzie e di è in tal modo cartolarizzata ogni forma di previsione salvo le previsioni del tempo. Lo si è fatto da parte di istituzioni che, a differenza delle vecchie care banche, non erano alimentate dalla tradizionale forma di raccolta bancaria e le stesse banche, per sottrarsi alle regole di Basilea 1 e Basilea 2, hanno sviluppato attività finanziarie “innovative” fuori bilancio”. Difficile non essere d’accordo con quest’analisi. Con una sola piccola aggiunta velenosa. Le banche sapevano quel che facevano. Erano, al tempo stesso, consapevoli e collusive. Sedute su un barile di polvere, speravano solo che nessuno accendesse la miccia.
Quando questo è avvenuto, con il fallimento di Lehman Brothers, la deflagrazione è stata inevitabile. Nessuno se l’aspettava. Tutti ritenevano che, alla fine, il caro vecchio Zio Sam, per essere il linea con il ragionamento di Giuliano Amato, sarebbe intervenuto per scongiurare il disastro. Ma così non è stato ed allora è scattato il “si salvi chi può”. Il credito interbancario – la linfa vitale – che alimenta i vasi comunicanti del sistema creditizio si è bloccato. Nessuno è stato più disposto a fare credito ad altri istituti, paventando il rischio di una loro possibile insolvenza. Quindi tutti sapevano. Sapevano della presenza di “titoli tossici” nascosti, come fosse una discarica abusiva, nei bilanci delle singole aziende. E temevano che questa intossicazione potesse, presto, degenerare in un’epidemia.
Negli anni della normalità bancaria l’euribor o l’overnight – il tasso di interesse al quale le banche americane ed europee si prestano i denari occorrenti per garantirsi la liquidità necessaria a breve termine – era pari allo 0,08 per cento in più del tasso di riferimento, deciso dalla banca centrale. Durante la tempesta, il suo valore era schizzato ad oltre il 5%, contro un tasso di riferimento del 3,5% in Europa e del 2% negli Stati uniti. Con una differenza di oltre 200 punti base; differenza che esprimeva il premio per il rischio. Misura, tuttavia, insufficiente per sbloccare il mercato interbancario. Dove le transazioni erano bloccate dalla percezione di un rischio sistemico, che nessuna polizza assicurativa riusciva ormai a coprire.
Da quel momento la crisi si è sviluppata con la forza di una reazione a catena. Ed è iniziato il lungo elenco dei caduti: Bear Strerns, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Fannie Mae e Freddie Mac, AIG, Wachovia, Washington Mutual, nei soli Stati Uniti. Northern Rock, Royal Bank of Scotland, Lloyds e Hbos in Gran Bretagna. SachsenLB, WestLB, IKB e Hypo Real Estate in Germania. Dexia in Francia, Belgio e Lussemburgo. Fortis, in Belgio. Si è passati quindi a calcolare le possibili perdite. Qualche mese fa il FMI le aveva indicate in 900 miliardi di dollari. Divenute 1.400 a distanza di poco. Ma analisti privati parlano di 5.000 miliardi di dollari. Non è un’esagerazione, se si considera che finora gli stanziamenti previsti dall’insieme dei Governi occidentali, per far fronte alla crisi, tra garanzia sui depositi, prestiti e ricapitalizzazione, ammontano a 2.310 miliardi di euro. Un disastro, che non ha precedenti negli ultimi 70 – 80 di storia.
Ma qual è stata la molla che ha spinto il sistema finanziario a lanciare il cuore oltre l’ostacolo? Perché banche e gestori si sono dati da fare ad inventare sempre nuovi prodotti con il loro intreccio perverso ed alla fine inestricabile? C’è una duplice risposta a questo interrogativo. La prima è relativamente semplice. I risparmiatori erano alla ricerca di qualcosa di più sostanzioso di un semplice interesse negativo, in termini reali, sul loro stock di ricchezza finanziaria. Avevano prima provato con la borsa e gli era andata male. Quindi con gli immobili e qui erano riusciti seppure, temporaneamente, ad ottenere plusvalenze sostanziose: il cosiddetto “effetto ricchezza” subito monetizzato per sostenere i consumi. Erano, pertanto, disponibili ad affidare i loro risparmi a professionisti in grado di farli fruttare meglio di quanto potesse fare la tradizionale attività di banca.
La “nuova” finanza è riuscita ad intercettare questa domanda. L’ha, al tempo stesso, intercettata e sollecitata, spingendo i propri depositanti ad un migliore impiego delle proprie disponibilità. Perché l’abbia fatta è facile da comprendere. Queste nuove attività rendevano commissioni di gran lunga superiore al margine tradizionale: vale a dire la differenza tra i tassi attivi praticati alla clientela e quelli passivi pagati per i depositi. Si trasformavano in margini di profitto che acquistavano, all’interno dei bilanci aziendali, un’importanza sempre maggiore. Per fare solo un esempio, in Italia, nel 2007, esse hanno contribuito per circa il 33 per cento ai ricavi complessivi: 22.343 miliardi, su un totale di 66.707. Era, quindi, chiaro che, alla fine, questa sarebbe divenuta la componente più dinamica dei risultati di gestione.
L’innesto di questa attività determinava nelle banche europee – per gli USA a questo pensavano soprattutto le banche d’affari – una mutazione organizzativa profonda. L’attività di retail rimaneva una sorta di binario morto, legato alla routine quotidiana. L’attività di investimento per conto terzi una specie di filone d’oro che solo pochi – il medio ed alto management – riuscivano a sfruttare. Come? Con retribuzioni adeguate agli utili che questa nuova attività portava alla banca. Si spiegano così gli appannaggi milionari e lo scarto che si determinava tra lo stipendio del semplice sportellista o del travet tradizionale rispetto a colui che aveva l’incarico di seguire un pacchetto di clienti dalle uova d’oro.
Il fenomeno era stato intuito fin dagli inizi degli anni ’90, quando Robert B. Reich aveva parlato degli “analisti simbolici” . Di quei manager o specialisti che hanno come punto di riferimento del loro lavoro il mercato internazionale, ma nessuno pensava che il fenomeno potesse diffondersi così profondamente all’interno delle strutture finanziarie. E soprattutto che assumesse un profilo di carattere etico, su cui istituzioni civili e religiose e qualche stesso banchiere hanno richiamato da tempo l’attenzione . Ma non è nemmeno questo il punto decisivo. I guasti prodotto dall’avidità dei manager si misureranno nei mesi successivi, con il decorso della crisi. Diverrà allora chiaro quanto queste scelte sbagliate, motivate esclusivamente dal tornaconto personale, hanno prodotto.
Altro che “creazione di valore” per gli azionisti. Era questa la motivazione che doveva giustificare il livello delle retribuzioni che i manager hanno preteso. Per verificarne la fondatezza occorrevano soggetti autonomi ed indipendenti capaci di scorporare dal rendimento lordo di ciascuna operazione il crescente premio per il rischio. Solo, allora, si sarebbe potuto calcolare quanto il manager aveva creato, nel medio periodo, per i propri azionisti per parametrare la relativa retribuzione. Ci volevano, in altri termini, agenzie di rating diverse da quelle che si sono dimostrate. Soggetti collusivi, più che di controllo, minati da profondi conflitti di interessi. Molto dei quali dovuti, a loro volta, alle alte retribuzione percepite dai rispettivi manager.
Oggi questi legami perversi stanno venendo alla luce. E’ difficile non essere d’accordo con Enrico Micheli, quando dice di essere rimasto “esterrefatto” dopo aver visto gli “stipendi dei manager”. Lui che non era certo “digiuno di certe cifre essendo stato direttore generale dell’IRI” . Che del resto non sia solo un caso italiano è dimostrato da quanto sta accadendo negli altri paesi. Sarkozy ha detto chiaramente che “i manager che hanno sbagliato devono essere sanzionati”. Ha quindi confermato che è sua intenzione proporre alla Francia nuovi principi etici, una diversa regolamentazione della governance e, soprattutto, regole differenti per la loro retribuzione.
In Germania, Peer Steinbruck, ministro delle Finanze, ha posto come condizione per ottenere aiuti di Stato che i manager non abbiano stipendi superiori a 500 mila euro. Gordon Brown, in forte risalita dopo gli insuccessi dei mesi precedenti, ha affermato che “in futuro bisognerà remunerare chi prende rischi in modo responsabile”. La FSA – l’organismo preposto alla vigilanza – invierà una lettera a tutti i CEO – chief executive officer, i nostri amministratori delegati – dove chiederà una diversa regolamentazione delle retribuzioni. Intanto, Fred Goodwin, amministratore delegato di Royal Bank of Scotland, salvata dal Governo inglese, lascerà il suo incarico senza alcun compenso. Sorte che condividerà con Andy Hornby e Lord Sennis Stevenson di HBOS, l’altra banca salvata dallo Stato.
Misure analoghe sono state prese negli Stati Uniti. La regola sarà che gli stipendi dei manager potranno essere deducibili, come costi aziendali, solo fino ad un limite massimo di 500 mila dollari. L’eventuale eccesso di generosità graverà interamente sugli utili aziendali. I bonus, a loro volta, saranno subito tassati del 20 per cento, ed avranno una minore ulteriore deducibilità. Lo spirito è quello che si diceva in precedenza. Come ha ripetuto più volte Henry Paulson, segretario del Tesoro, “i programmi di incentivi per gli stipendi non dovranno spingere i manager a prendere rischi eccessivi.” Prima dello scoppio della crisi, la Commissione europea aveva ventilato l’opportunità che la deduzioni massima per ciascun dipendente non potesse essere superiore ai 500 mila euro. Questione di etica: si disse allora. Di rigore economico – aggiungiamo noi – all’indomani del collasso finanziario.
Giulio Tremonti, dal canto suo, ha più volte ribadito che l’eventuale intervento dello Stato nelle banche italiane, comporterà anche una riorganizzazione interna che non potrà non investire il vecchio gruppo dirigente. E’ una linea che si muove in sintonia con quanto sta avvenendo negli altri paesi occidentali. Il moral hazard va giustamente colpito. Ma soprattutto è necessario disinnescare i meccanismi che lo determinano. Sotto questo profilo una diversa regolazione fiscale dei redditi più elevati può contribuire alla giusta soluzione. Tanto si è cominciato con il tassare le stock option, eliminando vecchi privilegi. Non si dimentichi, infatti, che una parte di quegli eccessi gravano sugli altri contribuenti. Che, seppure indirettamente, sono chiamati a rifondere lo Stato per i mancati introiti derivanti da un eccesso di generosità, tutt’altro che meritato.
Come si vede le componenti che hanno determinato il collasso finanziario sono tra loro diverse, anche se complementari nella spinta che hanno impresso al superamento di ogni regola di prudenza. Vi hanno contribuito fattori macroeconomici ed andamenti settoriali. Contingenze congiunturali e profili che attengono al campo sociologico. Per definire la giusta terapia sarà necessario averli tutti presenti ed intrecciare i diversi piani. Occorrerà ridiscutere i rapporti internazionali non separando, come è avvenuto finora, gli aspetti commerciali da quelli valutari. Finora si è chiuso un occhio sulla Cina. La cui moneta è da tempo sottovalutata. Questo vantaggio relativo le ha consentito di accumulare riserve finanziarie che poi sono state investite negli Stati Uniti. Un compromesso che ha retto fin quando il sistema finanziario internazionale è stato in grado di gestire, senza rischio, un gigantesco riciclaggio. Ma ora questa strada è preclusa. Occorrerà pertanto individuare nuove soluzioni.
Un secondo aspetto riguarda la presenza dello Stato. Negli anni ’70 ed ’80 l’eccesso di statalismo e di dirigismo portarono il sistema economico occidentale sull’orlo del collasso. Il “mercatismo” degli anni ’90, a sua volta, si è dimostrato altrettanto pericoloso. Forse occorre una nuova sintesi. L’esperienza che stiamo vivendo dimostra che il “keynesimo dei privati” non è in grado di dare stabilità al sistema. Esso amplifica le componenti cicliche dell’economia. Crea un’asimmetria che si manifesta nelle forme dell’esuberanza irrazionale e nel successivo inevitabile crollo. E’ successo per la new economy, quindi per il boom edilizio, infine per la “nuova” finanza. Occorre pertanto un presidio pubblico che sappia regolare diversamente il ciclo economico. Intervenire tempestivamente quando si manifestano i primi segni di surriscaldamento. Domare l’incendio prima che divampi. Il tutto nel rispetto del mercato che deve rimanere al centro dell’attività economica, ma all’interno di regole definite che spetta alla politica indicare.
Questa è la vera sfida che sta di fronte a tutti. Oggi la politica non gode di buona stampa. E’ vista come momento di separatezza. Una casta – ma allora i manager? – che non ha più a cuore le sorti delle moltitudini. C’è del vero in tutto questo. Ma anche un interrogativo che rimane. Senza la politica il mondo va meglio? Se ci fossimo fermati solo a qualche anno fa la risposta poteva essere anche positiva. Il mondo cresceva a ritmi elevati. Il credito concesso a piene mani aveva quasi fatto dimenticare che l’economia è una scienza triste: perché misura sempre il dare con l’avere. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. E si è riscoperto che la politica, per quanto poco attraente possa apparire, è comunque necessaria. La speranza è che essa stessa possa imparare dalla realtà e compiere quel balzo in avanti, in termini di qualità ed affidabilità, che è necessario per misurarsi con i difficili problemi del momento.
************************************************************************************************************************************** L’Economist del 11 ottobre 2008: Saving the system pa. 13 Giuliano Amato: Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati Il Sole 24 ore 5/10/2008. Si veda ad esempio Luigi Spaventa: Lehman andava salvata. Intervista di Tonia Mastrobuoni. Il riformista del 15 X 2008 In Lmtc erano presenti forti investimenti del Fondo pensione della Banca d’Italia Paul Sweezy e Paul Baran: Il capitale monopolistico. Einaudi 1978 Josef Steindl: maturità e ristagno nel capitalismo americano. Einuadi 1960 Charles P. Kindleberger: I primi nel mondo, l’egemonia economica dalla Venezia del ‘400 al Giappone di oggi. Donzelli 1997 Si veda, per tutti, Franz Fanon: Opere scelte, Einaudi 1971 Emmanuel Arghiri: l’èchange inegal, Maspero 1969 Banca d’Italia – Bollettino economico ottobre 2008, pag 8 Economist 11 – 17 ottobre 2008 – Inserto speciale: A special report on world economy pac.10 Salvatore Rossi: La nuova economia – i fatti dietro il mito. Il Mulino 2003 Gordon Moore, fondatore di Intel insieme a Robert Noyce Paul Krugman : Economia internazionale Hoepli 1991 Lines, Il mondo dopo Wall Street, pag. 9 (numero 5) Economist, cit. pag. 12 Silvano Andriani: La crisi che cambiò l’Europa . L’Unità del 15 10 2008 Hyman Minsky: The Global Consequences of Financial Deregulation, 1986, Marcus Wallenberg Papers on International Finance Ecoomist: World on the edge. 4 ottobre 2008 pag. 11 e 12 Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria:
sabato 4 aprile 2009
mercoledì 1 aprile 2009
Lezioni di Politica Economica
SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Un esempio stilizzato – 3. Stimolare i consumi o ridurre i salari? – 4. La redistribuzione del reddito – 5. Conclusioni
1 - Premessa
La crisi economica in corso ha indotto diversi attori sulla scena politica sociale a ripescare alcune idee di sapore keynesiano. C’è chi lo ha fatto in modo interessato e chi in modo più autentico; fatto sta che si moltiplicano le richieste di un qualche intervento pubblico, vuoi a sostegno delle banche, vuoi delle imprese, vuoi a sostegno del consumo di beni specifici, vuoi a rilanciare i redditi delle famiglie e i consumi in generale.
D’altra parte molti governi hanno già assunto decisioni in tal senso, prevalentemente a sostegno del settore finanziario. In alcuni casi, penso in particolare alle scelte dell’esecutivo francese, l’intervento pubblico sembra spingersi molto al di là del la sfera puramente finanziaria dell’economia.
Ora, in mezzo ad una simile babele di richieste e decisioni, credo possa essere di una qualche utilità cercare di fare chiarezza sull’essenza dell’economia politica keynesiana. Non tanto per distribuire patenti di autentico keynesismo, che sarebbe un esercizio accademico del tutto inutile; quanto, piuttosto, per districarsi in mezzo a quella babele e cercare di distinguere le buone politiche dalle cattive.
Il tipo di crisi che il nostro paese sta attraversando è di tipo keynesiano? Diciamo subito che ci sono sostanzialmente 2 tipi di crisi che possono ragionevolmente definirsi “keynesiane”; le possiamo chiamare “equilibrio di sotto-occupazione puro” e “crisi da tesoreggiamento”.
Nel primo caso, l’economia spende tutto il reddito che effettivamente produce e distribuisce (non c’è tesoreggiamento), ma meno del reddito che potenzialmente potrebbe produrre; nel secondo caso, invece, l’economia spende meno del reddito effettivamente prodotto e distribuito, il che significa che vi sono alcuni attori sociali che stanno trattenendo potere d’acquisto di cui dispongono.
In entrambi i casi, e sia pure per ragioni diverse, c’è un problema di domanda insufficiente a garantire la piena occupazione e un utilizzo più o meno completo della capacità produttiva esistente. Ora, che in Italia vi sia in questo periodo domanda insufficiente a garantire il pieno utilizzo della capacità produttiva è del tutto evidente (crollo dei consumi, ricorso crescente alla cassa integrazione, allentamento dell’ossessione inflazionistica della BCE, ecc., costituiscono segnali inequivocabili in tal senso); possiamo anche ipotizzare che non vi sia tesoreggiamento (che sarebbe il caso keynesiano per eccellenza; ma voglio mostrare che anche quando non c’è tesoreggiamento l’analisi di Keynes ha molto da insegnarci).
L’economia italiana è intrappolata in un equilibrio di sotto-occupazione. Altra caratteristica rilevante dell’economia italiana è il suo elevato grado di indebitamento pubblico, aspetto di grande importanza sul quale ci soffermeremo, per ragioni di linearità espositiva, nella parte finale di questo lavoro diviso per comodità di lettura in diverse puntate. Che fare? Un semplicissimo esempio numerico aiuterà il lettore a cogliere gli insegnamenti autentici e davvero straordinari di J.M. Keynes, così come a liberarsi da certa, pericolosa saggezza convenzionale.
2 - Un esempio stilizzato
Si consideri una economia in cui vi siano 10 abitanti/lavoratori (ai fini della nostra analisi si può, per pura semplicità, ipotizzare che la popolazione attiva coincida con quella totale). L’economia fittizia che stiamo considerando è chiusa agli scambi con l’estero, ipotesi evidentemente non realistica il cui senso verrà integralmente chiarito successivamente.
Si producano due beni, il bene 1 e il bene 2, la cui specifica natura merceologica non ha per il momento alcuna importanza. Per ora è più agevole pensare che si tratti di beni di consumo. La domanda pro capite di bene 1 sia pari a 10 unità, la domanda pro capite di bene 2 sia pari a 5 unità. Ne segue che la domanda complessiva espressa dai 10 abitanti è pari a 100 unità di bene 1 e 50 unità di bene 2. Quanto lavoro occorre per produrre tali quantità e soddisfare così la domanda espressa dai consumatori? Naturalmente ciò dipende dalla tecnica produttiva in essere.
Immaginiamo, ancora una volta per pura semplicità, che si tratti di una tecnica assai semplice, che utilizza soltanto lavoro facendo a meno dei macchinari e di altre forme di capitale. Diciamo allora che in base alla tecnica in essere si devono utilizzare 0.05 lavoratori (ovvero 1/20 del tempo di lavoro di una persona) per produrre una unità di bene 1 e 0.04 lavoratori per produrre una unità di bene 2. Fatti i conti, servono 0.05x100+0.04x50=7 lavoratori per soddisfare integralmente le domande dei consumatori.
Dato che l’offerta complessiva di lavoro è pari 10, il tasso di disoccupazione di questa economia fittizia è pari al 30%. Che dire dei prezzi? Per stabilirne il livello occorre necessariamente fissare il salario: supponiamo che a ciascun lavoratore si riconosca un salario pari a 2. Bene, dal momento che in questa economia fittizia il prezzo di vendita di ciascuna merce deve servire alla remunerazione del solo fattore lavoro, possiamo affermare che il prezzo di una data merce sarà pari al salario moltiplicato per la quantità di lavoro necessaria a produrne una unità. Nel caso della merce 1, il prezzo sarà pari a 2x0.05=0.1; il prezzo della merce 2 sarà invece pari a 2X0.04=0.08. La spesa pro capite in questa economia sarà perciò pari a 0.1X10+0.08X5=1.4.
La spesa complessiva sarà pari alla spesa pro capite moltiplicata per il numero di abitanti/consumatori, 1.4X10=14.
Vale la pena di notare che anche il PIL (il valore della produzione realizzata) è pari a 14 (0.1X100+0.08X50). Non solo, anche i redditi (in questo caso esclusivamente salari) distribuiti sono pari a 14 (un salario pari a 2 per ciascuno dei 7 lavoratori). Spesa complessiva (meglio: keynesianamente, dovremmo dire domanda effettiva), valore della produzione e redditi distribuiti coincidono, sono tutti pari a 14 nel nostro esempio. La spesa complessiva può raggiungere il suo valore in infiniti possibili modi: a scopi puramente illustrativi supporremo che ciascuno dei 7 occupati, pur ricevendo un salario pari a 2, spenda soltanto 1.4 e depositi il proprio risparmio (0.6) in qualche banca. Il risparmio complessivo (0.6X7=4.2) viene poi prestato ai 3 disoccupati (credito al consumo), i quali perciò sono in grado di spendere, pure loro, 1.4 (ovvero 4.2/3).
Ora, è chiaro che in questa economia c’è un potenziale produttivo inespresso, una capacità produttiva inutilizzata. Infatti, se anche i 3 disoccupati potessero lavorare e ricevessero il salario corrente pari a 2, il reddito complessivo dell’economia sarebbe pari a 20. Diremo che 20 è il reddito potenziale (o di piena occupazione) dell’economia, mentre 14 rappresenta il reddito effettivo. Il problema di politica economica è immediato: come si può riportare il reddito effettivo al livello di quello potenziale, o comunque ridurre la distanza fra i due?
3 - Stimolare i consumi o ridurre i salari?
Il lettore sufficientemente paziente può facilmente verificare, rifacendo gli stessi identici calcoli svolti nella sezione precedente, che se la domanda pro capite di bene 1 fosse pari 12 (invece di 10) e la domanda pro capite di bene 2 fosse pari a 10 (invece di 5), non vi sarebbe più neppure un disoccupato e il reddito effettivo corrisponderebbe a quello potenziale. Tutta la capacità produttiva dell’economia verrebbe integralmente utilizzata.
Ma come si può giungere a questo esito? La difficoltà sta tutta qui, nel capire il processo attraverso cui avvicinare il reddito effettivo a quello potenziale.
L’esecutivo potrebbe pensare di indurre i cittadini/consumatori a spendere di più mandando in onda sulle reti televisive uno spot pubblicitario in cui si vedono i passanti ringraziare calorosamente coloro che escono dal supermercato con ceste strapiene (ve lo ricordate? Non mi sto inventando nulla..).
Evidentemente si tratterebbe di una sciocchezza: se coloro che dispongono di un reddito, gli occupati, decidessero di comprare 12 unità del bene 1 e 10 unità del bene 2, la loro spesa pro capite sarebbe pari a 0.1X12+0.08X10=2. Essi, cioè, spendendo tutto il loro reddito, non risparmierebbero più nulla e non sarebbe più possibile erogare alcun credito al consumo ai disoccupati. La spesa complessiva dell’economia rimarrebbe perciò invariata, 2X7=14 (invece di 1.4X10=14).
Il punto che l’esempio dovrebbe aver chiarito è che l’economia sta già spendendo tutto ciò che produce (14), pur non spendendo tutto ciò che potrebbe produrre (20). E, ovviamente, non è possibile chiedere al settore privato, ovvero alle famiglie, di spendere in aggregato una somma eccedente i redditi prodotti: ciò è semplicemente impossibile. Come se ne esce? La tentazione fortissima, negli ultimi anni, è di imputare alla disoccupazione, cioè a un disequilibrio sul mercato del lavoro, gli eccessi salariali.
L’argomento può essere illustrato con l’aiuto dell’esempio numerico di cui già disponiamo.
Se il salario cascasse, diciamo da 2 a 1.5, le imprese sarebbero incentivate ad utilizzare più lavoratori. Diciamo che nel settore 1 non si domanderebbero più 0.05, ma 0.07 unità di lavoro per la produzione di una unità di merce 1; e che nel settore 2 si domanderebbero non più 0.04, ma 0.06 unità di lavoro per la produzione di una unità di merce 2. Evidentemente ciò implicherebbe anche una caduta della produttività del lavoro (ci vogliono più lavoratori per produrre la medesima quantità di merce).
A conti fatti, seguendo il procedimento oramai noto che non vale più la pena di ripetere, l’economia riuscirebbe ad impiegare tutto il lavoro disponibile e la domanda effettiva coinciderebbe questa volta sia con il reddito effettivo che con il reddito potenziale (questa volta pari a 15, ovvero al nuovo livello salariale moltiplicato per il numero totale di lavoratori). Si tratta tuttavia di una falsa soluzione, per due ragioni. In primo luogo, se per impiegare tutto il lavoro disponibile l’economia è costretta ad abbassare la produttività media, si tratta di un regresso bello e buono.
“Sviluppo”, quale che sia il significato che si attribuisce a questo termine, deve significare crescita della produttività del lavoro e salari reali più elevati: tutta la storia del capitalismo è lì a dimostrarlo. Secondariamente, la soluzione prospettata è in realtà affetta da un errore logico che caratterizza tutta l’economia neoclassica e che un grande economista italiano, Luigi Pasinetti, ha avuto il merito di dimostrare in modo rigoroso ed incontrovertibile. Abbiamo ipotizzato che una riduzione generalizzata del salario portasse tutte le imprese del sistema, quelle operanti nel settore 1 e quelle operanti nel settore 2, a domandare più lavoro. Si tratta tuttavia di una ipotesi insensata.
Infatti mentre dal punto di vista della singola impresa può avere senso pensare che la domanda di lavoro vari in senso inversamente proporzionale col salario, quando si passa a considerare il sistema economico nel suo insieme ci si scontra immediatamente con un dato inconfutabile: per ciascuna singola impresa il salario pagato dalle altre imprese (il sistema, appunto) costituisce la fonte di domanda per i propri prodotti. Se dunque si dà luogo ad una riduzione generalizzata dei salari è naturale attendersi che le imprese si aspettino una corrispondente diminuzione della domanda per i propri prodotti.
Il risultato netto sulla domanda di lavoro è perciò, per lo meno, ambiguo: può anche darsi che per produrre una singola unità di merce le imprese domandino più lavoro, ma simultaneamente si attendono di produrre meno unità di merce. Dunque: se un’economia si trova in equilibrio di sotto-occupazione, né un generico stimolo ai consumi né tantomeno una riduzione generalizzata dei livelli salariali servono a colmare il gap fra reddito effettivo e reddito potenziale.
Ammesso (e non concesso) che la seconda ricetta funzioni, il prezzo da pagare è enorme, una tendenziale riduzione della produttività del lavoro, ovvero un passo indietro nel processo di sviluppo economico. Che fare, allora? Può servire una opportuna redistribuzione del reddito a favore delle categorie sociali con una maggiore propensione a spenderlo, ovvero delle categorie sociali più svantaggiate?
4 - La redistribuzione del reddito
Torniamo al nostro esempio, e continuiamo a supporre che la domanda effettiva sia pari a 14. Ipotizziamo però che a questo valore si arrivi in modo diverso da quello precedentemente illustrato. Immaginiamo che al 50% dei lavoratori impiegati nel settore 1 si riconosca un salario pari a 2.5 e al restante 50% dei lavoratori si riconosca un salario pari a 1.5. Lo stesso accada nel settore 2.
In media, perciò, il salario continua ad essere pari a 2 in entrambi i settori. Ne segue che i prezzi calcolati in precedenza continuano a valere. Nell’economia vi sono ora 3.5 lavoratori che percepiscono un salario pari a 2.5 (i “ricchi”); 3.5 lavoratori che percepiscono un salario pari a 1.5 (la “classe media”) e, infine, 3 disoccupati (“i poveri” o potenzialmente tali).
Come dicevamo, la domanda effettiva continua ad essere pari a 14, ma, ipotizziamo, ci si arriva diversamente:
a) ciascun ricco compra 10 unità del bene 1 e 5 unità del bene 2. Per farlo, spende, come nel caso precedente, 1.4. Il suo risparmio è ora pari a 2.5-1.4=1.1. Il risparmio complessivo dei ricchi sarà allora pari a 1.1X3.5=3.85. Ciascun ricco spende il 56% del proprio reddito (1.4/2.5);
b) ciascun esponente della classe media compra 10 unità del bene 1 e 5 unità del bene 2. Rifacendo i medesimi conti del punto precedente, si scopre che il risparmio complessivo della classe media è ora pari a 0.35 e che ciascun suo esponente spende poco più del 93% del proprio reddito (1.4/1.5);
c) infine, i 3 disoccupati, esattamente come nel caso precedente, ricevono in prestito il risparmio accumulato dalle altre categorie (3.85+0.35=4.2) e lo spendono interamente nell’acquisto di beni di consumo. Essi spendono cioè il 100% del loro reddito disponibile.
Sin qui abbiamo detto l’ovvio: che all’aumentare del reddito personale si riduce la frazione del reddito stesso destinata alla spesa. Che succederebbe, allora, se il governo facesse pagare ai ricchi una imposta pari a 0.25 (il 10% del loro reddito) e la trasferisse agli esponenti della classe media? Il reddito netto di ciascun ricco sarebbe ora pari a 2.5-0.25=2.25 e quello degli esponenti della classe media pari a 1.5+0.25=1.75. Le distanze si sono ravvicinate, ma i ricchi restano sempre saldamente i più ricchi. Perciò possiamo continuare ad ipotizzare, molto ragionevolmente, che il primo gruppo tenda a spendere una frazione del proprio reddito netto inferiore al secondo.
Mantenendo per pura semplicità gli stessi numeri di prima, i ricchi spenderanno ora il 56% di 7.875 (ovvero di 2.25x3.5), cioè 4.41; gli esponenti della classe media spenderanno ora il 93% di 6.125 (ovvero di 1.75X3.5), cioè 5.71; infine, i 3 disoccupati spenderanno i risparmi delle altre categorie sociali, ovvero, fatti i conti, spenderanno 3.874.
E’ immediato verificare che la domanda effettiva dell’economia sarebbe ancora pari a 14 (4.41+5.716+3.874). Nel nostro caso neppure una redistribuzione del reddito in senso egualitario servirebbe a ridurre il gap tra reddito effettivo e reddito potenziale.
Ancora una volta: quando l’economia già spende tutto il reddito prodotto, non serve – dal punto di vista dello stimolo macroeconomico generale – concentrarlo nelle mani di chi ha una più elevata propensione a consumare. Ciò non significa naturalmente che un simile processo redistributivo non sia desiderabile per altri ed altrettanto importanti scopi. In particolare, tante volte ci dimentichiamo che se nei sistemi politici democratici vale – dove più dove meno – il principio “una testa, un voto”, nei sistemi economici vale invece il principio plutocratico “un dollaro, un voto”.
In altri termini, quali siano i beni effettivamente prodotti e in quali proporzioni è deciso da chi per essi è in grado di esprimere domanda pagante, ovvero da chi sta nella parte alta della distribuzione del reddito. Il mercato, diceva Luigi Einaudi, soddisfa domande e non bisogni.
In Italia negli ultimi 15 anni la distribuzione del reddito ha subito un peggioramento impressionante, come ci ha ricordato il recente rapporto pubblicato dall’OCSE. Non è tutta colpa dei governi che si sono succeduti (che pure qualche responsabilità ce la devono avere, se è vero come è vero che il fenomeno in questione in Italia è stato più rilevante che altrove); fatto sta che Tito Boeri fa bene ad insistere su di una estensione e rimodulazione del welfare che possa almeno mitigare la concreta durezza di questi processi.
La lista delle politiche destinate a non raggiungere lo scopo dell’azzeramento, o quantomeno della riduzione del divario fra reddito effettivo e reddito potenziale si sta ingrossando. Fra quelle sin qui analizzate, la sola che può eventualmente contribuire al raggiungimento di questo scopo è la politica industriale pro-innovazione. Non può essere la sola, tuttavia. Innanzitutto perché, ammesso che funzioni, i suoi effetti tendono a dispiegarsi in un tempo medio-lungo.
Inoltre, perché i suoi effetti macroeconomici di stimolo alla domanda effettiva sono tanto più deboli quanto più efficace e pervasiva è la medesima politica praticata dagli altri paesi. Che altro ci resta?
5 - La politica fiscale e la politica monetaria
Avrebbe senso che nelle circostanze descritte il governo si mettesse a comperare merce 1 e/o merce 2, cercando così di stimolare la domanda effettiva per colmare il divario fra reddito effettivo e reddito potenziale?
Notoriamente, il governo potrebbe finanziare questa spesa in tre modi: aumentando le tasse, chiedendo prestiti (indebitandosi) o, infine, convincendo la banca centrale ad aumentare la quantità di moneta in circolazione.
Ora, almeno dal punto di vista degli effetti immediati sulla domanda effettiva, i primi due metodi sono del tutto equivalenti. Infatti, nel momento in cui il governo dovesse decidere di ottenere fondi, a titolo di prestito o di imposta, da cittadini che, ricordiamolo, in aggregato stanno già spendendo tutto il reddito prodotto, il solo effetto che si otterrebbe consiste in una riduzione della spesa privata e in un corrispondente aumento di quella pubblica. La spesa totale, la domanda effettiva, rimarrebbe ancora una volta invariata.
Alla medesima conclusione giungeremmo se il governo ottenesse prestiti da cittadini stranieri. Nelle circostanze date, perciò, dobbiamo aggiungere alla nostra lista di politiche inefficaci anche la spesa pubblica finanziata tramite l’indebitamento o l’imposizione fiscale. La sola possibile via di uscita per raggiungere lo scopo prefissato – ricordiamolo: incrementare il livello di spesa totale in modo da ridurre il divario fra reddito effettivo e reddito potenziale – consiste nell’aumento della quantità di moneta in circolazione. Se il governo domandasse merce 1 e/o merce 2 utilizzando la “nuova” moneta immessa nell’economia, tale domanda andrebbe ad aggiungersi a quella privata, così che la spesa totale questa volta, finalmente, aumenterebbe.
Arriveremmo a conclusioni del tutto simili se fossero i privati, invece del governo, a utilizzare la moneta di nuova emissione per incrementare i livelli di domanda. Nel primo caso sarebbe il governo a indebitarsi con il sistema bancario, e crescerebbe lo stock di debito pubblico; nel secondo caso crescerebbe invece l’indebitamento del settore privato. Ora, prima di definire con maggior precisione i contorni di questa politica monetaria espansiva, sgomberiamo il campo da un gigantesco equivoco che ha seriamente falsato, in Europa molto più che negli Stati Uniti, il dibattito di politica economica degli ultimi 15-20 anni.
6 - La sostenibilità del debito pubblico e l’inflazione
Da molti anni sentiamo ossessivamente ripetere (anche qui: da voci bi-partisan) la medesima litania: politiche che, come quelle appena descritte, comportino un deficit pubblico “eccessivo” non sono praticabili in Italia perché porterebbero a un debito pubblico insostenibile, il cui onere ricadrebbe inevitabilmente sulle generazioni future. Prima o poi i debiti tocca ripagarli. Con il trattato di Maastricht i paesi che ad esso hanno aderito hanno quasi sacralizzato questa retorica e si sono vincolati ad una disciplina specifica, stabilendo che il deficit pubblico non possa superare il 3% del prodotto interno lordo, tranne che in circostanze del tutto eccezionali come quella che stiamo ora attraversando (non a caso Barroso ha concesso qualche apertura in tal senso).
Ora, il debito pubblico si definisce sostenibile quando il rapporto debito/pil diminuisce nel tempo, cioè quando il debito stesso cresce meno rapidamente dell’economia. In tal caso, infatti, l’economia genera le risorse necessarie al ripagamento del debito. Bene, su questa definizione siamo tutti d’accordo. La domanda diventa perciò inevitabile: siamo certi che un deficit pubblico contenuto entro il 3% del pil garantisca la realizzazione di questa condizione? Non potrebbero darsi casi in cui un deficit superiore al 3% sia comunque compatibile con la sostenibilità del debito? O, al contrario, casi nei quali un debito inferiore al 3% sia eccessivo rispetto allo scopo della sostenibilità? Ancora una volta un banale esempio numerico può chiarire il punto.
Prendiamo un paese con un rapporto debito/PIL del 110% e un tasso di crescita dell’economia dell’1%: qualsiasi deficit superiore al 1.1% (110%x1%) del PIL sarebbe insostenibile, ovvero porterebbe alla crescita del rapporto debito/PIL. Se tuttavia l’economia di questo stesso paese crescesse al 3% annuo, un qualsiasi deficit inferiore al 3.3% (110%x3%) sarebbe invece sostenibile.
Il trattato di Maastricht e il patto di stabilità, fissando il limite massimo del rapporto deficit/pil al 3%, impongono un vincolo che a seconda dei casi può rivelarsi o troppo lassista o inutilmente restrittivo. Una regola stupida. C’è di più: la definizione di sostenibilità sin qui adottata è puramente ragionieristica, strettamente finanziaria.
La spesa, e specialmente quella finanziata con emissione monetaria, ha effetti espansivi sul PIL, cioè accresce il denominatore del rapporto debito/pil. Nel nostro esempio, la domanda aggiuntiva di merce 1 e/o 2 espressa dal governo permette la crescita del reddito effettivo (il pil) ed il suo avvicinamento al livello del reddito potenziale. Ulteriore possibile obiezione: ma la spesa finanziata con emissione monetaria è inflazionistica. Non è vero: se la spesa aggiuntiva, pubblica o privata che sia, conduce ad un livello di domanda effettiva che si colloca entro il limite del reddito potenziale (non più di 20, nel nostro esempio) allora non si vede perché essa, di per sé, debba produrre inflazione. Un altra faccenda su cui la confusione nel dibattito di politica economica regna sovrana si riferisce al nesso fra debito pubblico e trasferimenti intergenerazionali.
Se oggi contraggo un debito pari a 100 per garantire a mio figlio un elevato livello di istruzione e, grazie ad esso, il flusso scontato dei redditi futuri percepiti da mio figlio è pari a 120, evidentemente questo medesimo debito che mio figlio ripagherà non gli toglierà nulla. Al contrario, lo arricchirà. Senza contare che il debito mio figlio lo ripagherà ad un suo coevo, al figlio di qualcun altro.
Dopo di che si può anche decidere, alla Tremonti-Gelmini-Brunetta, di non contrarre debiti per l’istruzione dei figli visto il rischio di finanziarie qualche barone corrotto e impreparato; quello sì, sarebbe un trasferimento intergenerazionale: che le colpe dei padri ricadano sui figli. In definitiva, la collezione di stupidaggini oramai entrate nel gergo politico e nell’uso comune ogni volta che si discute di debito pubblico è impressionante. Purtroppo, anche molti economisti di professione fanno la loro parte.
7 - Il ciclo capitalista e l’attuale crisi finanziaria
Abbiamo visto che per una economia intrappolata in un equilibrio di sotto-occupazione si rendono necessarie sia una politica di spesa finanziata con emissione monetaria (e contenuta entro limiti non inflazionistici) che una politica industriale volta ad accrescere la competitività delle imprese nazionali, a sostenerne e stimolarne i processi innovativi. Dal momento che tali processi non si possono avviare senza forza lavoro qualificata, anche la formazione del capitale umano deve rientrare nella politica di spesa qui invocata.
In sintesi, una spesa pubblica non inflazionistica per l’innovazione, la ricerca e la formazione del capitale umano. Anche qui non ci si può esimere da un’amara osservazione: l’Italia è fra i paesi OCSE che spendono meno in questa direzione, tanto in termini di spesa privata che in termini di spesa pubblica. Le priorità cui vengono destinati i fondi pubblici sono altre. Sta qui la ragione prevalente e in fondo ovvia del declino di questo paese. Come si innesta su questo declino la vicenda più attuale della crisi finanziaria? Una vicenda che naturalmente ha avuto origine altrove e che tuttavia sta colpendo anche il nostro paese. Credo valga la pena ripescare un vecchio e interessante lavoro di Domenico Delli Gatti e Mauro Gallegati per provare a razionalizzare ciò che sta accadendo. Secondo i due autori, appartenenti al filone di pensiero della cosiddetta Nuova Macroeconomia Keynesiana, il ciclo economico capitalistico è caratterizzato dal susseguirsi di quattro fasi: “ripresa tranquilla e finanziariamente solida”, “boom euforico e finanziariamente fragile”, “recessione tranquilla e finanziariamente solida” e, infine, “depressione con debito”. Cominciamo dalla prima fase del ciclo. Nel corso di una ripresa economica gli investimenti crescono e perciò, per via del classico effetto moltiplicatore keynesiano, cresce anche il reddito. A sua volta, l’aumento del reddito permette alle imprese di trattenere profitti più elevati, ciò che di per sé stimola ulteriori investimenti (se non altro perché i profitti non distribuiti e trattenuti all’interno dell’impresa costituiscono una sorta di garanzia reale e perciò facilitano l’accesso al credito). Se i risparmi di impresa (i profitti non distribuiti) crescono più rapidamente degli investimenti, ne segue che la domanda di credito esterno da parte delle imprese si contrae e si allentano le tensioni sul mercato del credito: il tasso di interesse diminuisce e con esso gli oneri finanziari a carico delle imprese. Se i profitti aumentano e le imprese ne distribuiscono una frazione sostanzialmente costante in forma di dividendi, ciò significa che anche i dividendi stessi aumentano.
Il pubblico sarà perciò indotto a detenere meno moneta in forma liquida e a sostituirla con azioni, i cui corsi perciò aumenteranno. In sintesi, si tratta di una fase in cui investimenti, reddito, autofinanziamento delle imprese e corsi azionari mostrano tutti un andamento positivo. Simultaneamente, i tassi di interesse e gli oneri finanziari a carico delle imprese si riducono. Una ripresa tranquilla e finanziariamente solida, appunto. Tuttavia, proprio grazie alle evoluzioni appena descritte, lo “stato di fiducia” delle imprese può migliorare al punto da indurle ad aumentare la domanda di investimenti in misura superiore alla crescita dell’autofinanziamento. In tal caso si acuiscono le tensioni sul mercato del credito, ciò che conduce ad un aumento dei tassi di interesse e a un appesantimento degli oneri finanziari. Siamo passati ad un boom euforico e finanziariamente fragile. Ed è proprio la fragilità finanziaria, il carico di interessi che le imprese pagano al sistema bancario, a poter innescare una fase recessiva : per quanto le imprese trattengano profitti, l’aumento degli oneri finanziari comincia a ridurre le possibilità di autofinanziamento e perciò a rallentare il ritmo di investimento.
Inoltre, nella misura in cui le imprese cercano di ridurre i dividendi distribuiti per far fronte alle difficoltà finanziarie, la domanda di azioni casca e con essa i corsi azionari. A sua volta, la caduta dei corsi azionari disincentiva ulteriormente la domanda di investimenti espressa dalle imprese: quando le azioni sono basse si fanno scalate, non si installa capitale di nuova produzione. Il rischio di ogni recessione è che, una volta partita, si avviti su se stessa. Se le imprese, mosse dal tentativo di non peggiorare la loro situazione finanziaria, attuano una politica di investimento ancora più prudente (ciò che costituisce una strategia assolutamente ragionevole dal punto di vista della singola impresa), la riduzione dei profitti nell’intero sistema economico può essere tale che le possibilità di autofinanziamento si riducano ancora più rapidamente degli investimenti stessi.
In tal caso, aumenterebbe il fabbisogno di finanziamenti esterni per finanziare i pur bassi investimenti e l’economia si troverebbe in una depressione con debito: investimenti, redditi, occupazione e corsi azionari in fase discendente, oneri finanziari a carico delle imprese in fase ascendente. Nel momento in cui, con preoccupante consenso, tutti ci dicono che l’attuale crisi assomiglia a quella del 1929, io credo che l’idea implicita – e a mio giudizio corretta – sia che ci troviamo in una fase di depressione con debito. I segnali, lo ripeto, sono purtroppo quelli: investimenti, redditi, occupazione e corsi azionari in calo, oneri finanziari a carico delle imprese in aumento. Da una situazione del genere si può uscire in due modi. O, semplicemente, si aspetta: prima o poi il calo degli investimenti diventa così rilevante da ridurre ogni tensione sul mercato del credito. Oppure, come correttamente si dice, si deve chiedere al sistema bancario un di più di sforzo espansivo, e naturalmente la responsabilità è della BCE.
8 – Conclusioni
In questa riflessione ho cercato di sostenere che l’Italia sta attraversando una duplice crisi: una crisi strutturale, dovuta alla rinuncia oramai ventennale ad una politica di spesa non inflazionistica per l’innovazione, la ricerca e la formazione del capitale umano; e una crisi ciclico-finanziaria. Stiamo sperimentando i duri effetti della seconda. Tuttavia, credo che essa sia temporanea, diciamo una sia pur durissima fase del ciclo economico connaturato al funzionamento di tutte le economie capitaliste.
La crisi più grave è la prima. Ho cercato di argomentare che non ne usciremo se non prenderemo sul serio Keynes. Non il “keynesismo bastardo o criminale” (efficace espressione di Marcello de Cecco), ma il keynesismo per bene, quello della Teoria Generale. Non i soldi pubblici per incentivi a settori in declino, non i soldi pubblici per sanare debiti privati, ma una politica di spesa orientata nelle direzioni già indicate. Non c’è alcun dubbio che negli ultimi 20 anni gli USA siano stati molto, molto più keynesiani dell’Europa, in termini di politica fiscale e soprattutto di politica monetaria, quella politica monetaria che, come ho cercato di argomentare, costituisce il cuore dell’insegnamento keynesiano. Negli ultimi 20 anni il reddito pro capite USA è cresciuto più rapidamente di quello europeo, lo stesso dicasi per la produttività del lavoro.
Possiamo continuare a raccontarci la barzelletta della flessibilità, ma anche in Europa le imprese quando vanno male possono licenziare (e ci mancherebbe altro). Possiamo anche sottolineare che il reddito pro capite USA è distribuito molto male. Vero, ma - al di là del fatto che sarebbe meglio che ad avanzare questa obiezione non fosse un italiano – si tratta evidentemente di un altro problema.
Il punto è che da due decenni l’Europa ha completamente scordato gli insegnamenti di Keynes, si è attaccata a “parametri” privi di un significato economico intellegibile e nel frattempo ha perso terreno.
1 - Premessa
La crisi economica in corso ha indotto diversi attori sulla scena politica sociale a ripescare alcune idee di sapore keynesiano. C’è chi lo ha fatto in modo interessato e chi in modo più autentico; fatto sta che si moltiplicano le richieste di un qualche intervento pubblico, vuoi a sostegno delle banche, vuoi delle imprese, vuoi a sostegno del consumo di beni specifici, vuoi a rilanciare i redditi delle famiglie e i consumi in generale.
D’altra parte molti governi hanno già assunto decisioni in tal senso, prevalentemente a sostegno del settore finanziario. In alcuni casi, penso in particolare alle scelte dell’esecutivo francese, l’intervento pubblico sembra spingersi molto al di là del la sfera puramente finanziaria dell’economia.
Ora, in mezzo ad una simile babele di richieste e decisioni, credo possa essere di una qualche utilità cercare di fare chiarezza sull’essenza dell’economia politica keynesiana. Non tanto per distribuire patenti di autentico keynesismo, che sarebbe un esercizio accademico del tutto inutile; quanto, piuttosto, per districarsi in mezzo a quella babele e cercare di distinguere le buone politiche dalle cattive.
Il tipo di crisi che il nostro paese sta attraversando è di tipo keynesiano? Diciamo subito che ci sono sostanzialmente 2 tipi di crisi che possono ragionevolmente definirsi “keynesiane”; le possiamo chiamare “equilibrio di sotto-occupazione puro” e “crisi da tesoreggiamento”.
Nel primo caso, l’economia spende tutto il reddito che effettivamente produce e distribuisce (non c’è tesoreggiamento), ma meno del reddito che potenzialmente potrebbe produrre; nel secondo caso, invece, l’economia spende meno del reddito effettivamente prodotto e distribuito, il che significa che vi sono alcuni attori sociali che stanno trattenendo potere d’acquisto di cui dispongono.
In entrambi i casi, e sia pure per ragioni diverse, c’è un problema di domanda insufficiente a garantire la piena occupazione e un utilizzo più o meno completo della capacità produttiva esistente. Ora, che in Italia vi sia in questo periodo domanda insufficiente a garantire il pieno utilizzo della capacità produttiva è del tutto evidente (crollo dei consumi, ricorso crescente alla cassa integrazione, allentamento dell’ossessione inflazionistica della BCE, ecc., costituiscono segnali inequivocabili in tal senso); possiamo anche ipotizzare che non vi sia tesoreggiamento (che sarebbe il caso keynesiano per eccellenza; ma voglio mostrare che anche quando non c’è tesoreggiamento l’analisi di Keynes ha molto da insegnarci).
L’economia italiana è intrappolata in un equilibrio di sotto-occupazione. Altra caratteristica rilevante dell’economia italiana è il suo elevato grado di indebitamento pubblico, aspetto di grande importanza sul quale ci soffermeremo, per ragioni di linearità espositiva, nella parte finale di questo lavoro diviso per comodità di lettura in diverse puntate. Che fare? Un semplicissimo esempio numerico aiuterà il lettore a cogliere gli insegnamenti autentici e davvero straordinari di J.M. Keynes, così come a liberarsi da certa, pericolosa saggezza convenzionale.
2 - Un esempio stilizzato
Si consideri una economia in cui vi siano 10 abitanti/lavoratori (ai fini della nostra analisi si può, per pura semplicità, ipotizzare che la popolazione attiva coincida con quella totale). L’economia fittizia che stiamo considerando è chiusa agli scambi con l’estero, ipotesi evidentemente non realistica il cui senso verrà integralmente chiarito successivamente.
Si producano due beni, il bene 1 e il bene 2, la cui specifica natura merceologica non ha per il momento alcuna importanza. Per ora è più agevole pensare che si tratti di beni di consumo. La domanda pro capite di bene 1 sia pari a 10 unità, la domanda pro capite di bene 2 sia pari a 5 unità. Ne segue che la domanda complessiva espressa dai 10 abitanti è pari a 100 unità di bene 1 e 50 unità di bene 2. Quanto lavoro occorre per produrre tali quantità e soddisfare così la domanda espressa dai consumatori? Naturalmente ciò dipende dalla tecnica produttiva in essere.
Immaginiamo, ancora una volta per pura semplicità, che si tratti di una tecnica assai semplice, che utilizza soltanto lavoro facendo a meno dei macchinari e di altre forme di capitale. Diciamo allora che in base alla tecnica in essere si devono utilizzare 0.05 lavoratori (ovvero 1/20 del tempo di lavoro di una persona) per produrre una unità di bene 1 e 0.04 lavoratori per produrre una unità di bene 2. Fatti i conti, servono 0.05x100+0.04x50=7 lavoratori per soddisfare integralmente le domande dei consumatori.
Dato che l’offerta complessiva di lavoro è pari 10, il tasso di disoccupazione di questa economia fittizia è pari al 30%. Che dire dei prezzi? Per stabilirne il livello occorre necessariamente fissare il salario: supponiamo che a ciascun lavoratore si riconosca un salario pari a 2. Bene, dal momento che in questa economia fittizia il prezzo di vendita di ciascuna merce deve servire alla remunerazione del solo fattore lavoro, possiamo affermare che il prezzo di una data merce sarà pari al salario moltiplicato per la quantità di lavoro necessaria a produrne una unità. Nel caso della merce 1, il prezzo sarà pari a 2x0.05=0.1; il prezzo della merce 2 sarà invece pari a 2X0.04=0.08. La spesa pro capite in questa economia sarà perciò pari a 0.1X10+0.08X5=1.4.
La spesa complessiva sarà pari alla spesa pro capite moltiplicata per il numero di abitanti/consumatori, 1.4X10=14.
Vale la pena di notare che anche il PIL (il valore della produzione realizzata) è pari a 14 (0.1X100+0.08X50). Non solo, anche i redditi (in questo caso esclusivamente salari) distribuiti sono pari a 14 (un salario pari a 2 per ciascuno dei 7 lavoratori). Spesa complessiva (meglio: keynesianamente, dovremmo dire domanda effettiva), valore della produzione e redditi distribuiti coincidono, sono tutti pari a 14 nel nostro esempio. La spesa complessiva può raggiungere il suo valore in infiniti possibili modi: a scopi puramente illustrativi supporremo che ciascuno dei 7 occupati, pur ricevendo un salario pari a 2, spenda soltanto 1.4 e depositi il proprio risparmio (0.6) in qualche banca. Il risparmio complessivo (0.6X7=4.2) viene poi prestato ai 3 disoccupati (credito al consumo), i quali perciò sono in grado di spendere, pure loro, 1.4 (ovvero 4.2/3).
Ora, è chiaro che in questa economia c’è un potenziale produttivo inespresso, una capacità produttiva inutilizzata. Infatti, se anche i 3 disoccupati potessero lavorare e ricevessero il salario corrente pari a 2, il reddito complessivo dell’economia sarebbe pari a 20. Diremo che 20 è il reddito potenziale (o di piena occupazione) dell’economia, mentre 14 rappresenta il reddito effettivo. Il problema di politica economica è immediato: come si può riportare il reddito effettivo al livello di quello potenziale, o comunque ridurre la distanza fra i due?
3 - Stimolare i consumi o ridurre i salari?
Il lettore sufficientemente paziente può facilmente verificare, rifacendo gli stessi identici calcoli svolti nella sezione precedente, che se la domanda pro capite di bene 1 fosse pari 12 (invece di 10) e la domanda pro capite di bene 2 fosse pari a 10 (invece di 5), non vi sarebbe più neppure un disoccupato e il reddito effettivo corrisponderebbe a quello potenziale. Tutta la capacità produttiva dell’economia verrebbe integralmente utilizzata.
Ma come si può giungere a questo esito? La difficoltà sta tutta qui, nel capire il processo attraverso cui avvicinare il reddito effettivo a quello potenziale.
L’esecutivo potrebbe pensare di indurre i cittadini/consumatori a spendere di più mandando in onda sulle reti televisive uno spot pubblicitario in cui si vedono i passanti ringraziare calorosamente coloro che escono dal supermercato con ceste strapiene (ve lo ricordate? Non mi sto inventando nulla..).
Evidentemente si tratterebbe di una sciocchezza: se coloro che dispongono di un reddito, gli occupati, decidessero di comprare 12 unità del bene 1 e 10 unità del bene 2, la loro spesa pro capite sarebbe pari a 0.1X12+0.08X10=2. Essi, cioè, spendendo tutto il loro reddito, non risparmierebbero più nulla e non sarebbe più possibile erogare alcun credito al consumo ai disoccupati. La spesa complessiva dell’economia rimarrebbe perciò invariata, 2X7=14 (invece di 1.4X10=14).
Il punto che l’esempio dovrebbe aver chiarito è che l’economia sta già spendendo tutto ciò che produce (14), pur non spendendo tutto ciò che potrebbe produrre (20). E, ovviamente, non è possibile chiedere al settore privato, ovvero alle famiglie, di spendere in aggregato una somma eccedente i redditi prodotti: ciò è semplicemente impossibile. Come se ne esce? La tentazione fortissima, negli ultimi anni, è di imputare alla disoccupazione, cioè a un disequilibrio sul mercato del lavoro, gli eccessi salariali.
L’argomento può essere illustrato con l’aiuto dell’esempio numerico di cui già disponiamo.
Se il salario cascasse, diciamo da 2 a 1.5, le imprese sarebbero incentivate ad utilizzare più lavoratori. Diciamo che nel settore 1 non si domanderebbero più 0.05, ma 0.07 unità di lavoro per la produzione di una unità di merce 1; e che nel settore 2 si domanderebbero non più 0.04, ma 0.06 unità di lavoro per la produzione di una unità di merce 2. Evidentemente ciò implicherebbe anche una caduta della produttività del lavoro (ci vogliono più lavoratori per produrre la medesima quantità di merce).
A conti fatti, seguendo il procedimento oramai noto che non vale più la pena di ripetere, l’economia riuscirebbe ad impiegare tutto il lavoro disponibile e la domanda effettiva coinciderebbe questa volta sia con il reddito effettivo che con il reddito potenziale (questa volta pari a 15, ovvero al nuovo livello salariale moltiplicato per il numero totale di lavoratori). Si tratta tuttavia di una falsa soluzione, per due ragioni. In primo luogo, se per impiegare tutto il lavoro disponibile l’economia è costretta ad abbassare la produttività media, si tratta di un regresso bello e buono.
“Sviluppo”, quale che sia il significato che si attribuisce a questo termine, deve significare crescita della produttività del lavoro e salari reali più elevati: tutta la storia del capitalismo è lì a dimostrarlo. Secondariamente, la soluzione prospettata è in realtà affetta da un errore logico che caratterizza tutta l’economia neoclassica e che un grande economista italiano, Luigi Pasinetti, ha avuto il merito di dimostrare in modo rigoroso ed incontrovertibile. Abbiamo ipotizzato che una riduzione generalizzata del salario portasse tutte le imprese del sistema, quelle operanti nel settore 1 e quelle operanti nel settore 2, a domandare più lavoro. Si tratta tuttavia di una ipotesi insensata.
Infatti mentre dal punto di vista della singola impresa può avere senso pensare che la domanda di lavoro vari in senso inversamente proporzionale col salario, quando si passa a considerare il sistema economico nel suo insieme ci si scontra immediatamente con un dato inconfutabile: per ciascuna singola impresa il salario pagato dalle altre imprese (il sistema, appunto) costituisce la fonte di domanda per i propri prodotti. Se dunque si dà luogo ad una riduzione generalizzata dei salari è naturale attendersi che le imprese si aspettino una corrispondente diminuzione della domanda per i propri prodotti.
Il risultato netto sulla domanda di lavoro è perciò, per lo meno, ambiguo: può anche darsi che per produrre una singola unità di merce le imprese domandino più lavoro, ma simultaneamente si attendono di produrre meno unità di merce. Dunque: se un’economia si trova in equilibrio di sotto-occupazione, né un generico stimolo ai consumi né tantomeno una riduzione generalizzata dei livelli salariali servono a colmare il gap fra reddito effettivo e reddito potenziale.
Ammesso (e non concesso) che la seconda ricetta funzioni, il prezzo da pagare è enorme, una tendenziale riduzione della produttività del lavoro, ovvero un passo indietro nel processo di sviluppo economico. Che fare, allora? Può servire una opportuna redistribuzione del reddito a favore delle categorie sociali con una maggiore propensione a spenderlo, ovvero delle categorie sociali più svantaggiate?
4 - La redistribuzione del reddito
Torniamo al nostro esempio, e continuiamo a supporre che la domanda effettiva sia pari a 14. Ipotizziamo però che a questo valore si arrivi in modo diverso da quello precedentemente illustrato. Immaginiamo che al 50% dei lavoratori impiegati nel settore 1 si riconosca un salario pari a 2.5 e al restante 50% dei lavoratori si riconosca un salario pari a 1.5. Lo stesso accada nel settore 2.
In media, perciò, il salario continua ad essere pari a 2 in entrambi i settori. Ne segue che i prezzi calcolati in precedenza continuano a valere. Nell’economia vi sono ora 3.5 lavoratori che percepiscono un salario pari a 2.5 (i “ricchi”); 3.5 lavoratori che percepiscono un salario pari a 1.5 (la “classe media”) e, infine, 3 disoccupati (“i poveri” o potenzialmente tali).
Come dicevamo, la domanda effettiva continua ad essere pari a 14, ma, ipotizziamo, ci si arriva diversamente:
a) ciascun ricco compra 10 unità del bene 1 e 5 unità del bene 2. Per farlo, spende, come nel caso precedente, 1.4. Il suo risparmio è ora pari a 2.5-1.4=1.1. Il risparmio complessivo dei ricchi sarà allora pari a 1.1X3.5=3.85. Ciascun ricco spende il 56% del proprio reddito (1.4/2.5);
b) ciascun esponente della classe media compra 10 unità del bene 1 e 5 unità del bene 2. Rifacendo i medesimi conti del punto precedente, si scopre che il risparmio complessivo della classe media è ora pari a 0.35 e che ciascun suo esponente spende poco più del 93% del proprio reddito (1.4/1.5);
c) infine, i 3 disoccupati, esattamente come nel caso precedente, ricevono in prestito il risparmio accumulato dalle altre categorie (3.85+0.35=4.2) e lo spendono interamente nell’acquisto di beni di consumo. Essi spendono cioè il 100% del loro reddito disponibile.
Sin qui abbiamo detto l’ovvio: che all’aumentare del reddito personale si riduce la frazione del reddito stesso destinata alla spesa. Che succederebbe, allora, se il governo facesse pagare ai ricchi una imposta pari a 0.25 (il 10% del loro reddito) e la trasferisse agli esponenti della classe media? Il reddito netto di ciascun ricco sarebbe ora pari a 2.5-0.25=2.25 e quello degli esponenti della classe media pari a 1.5+0.25=1.75. Le distanze si sono ravvicinate, ma i ricchi restano sempre saldamente i più ricchi. Perciò possiamo continuare ad ipotizzare, molto ragionevolmente, che il primo gruppo tenda a spendere una frazione del proprio reddito netto inferiore al secondo.
Mantenendo per pura semplicità gli stessi numeri di prima, i ricchi spenderanno ora il 56% di 7.875 (ovvero di 2.25x3.5), cioè 4.41; gli esponenti della classe media spenderanno ora il 93% di 6.125 (ovvero di 1.75X3.5), cioè 5.71; infine, i 3 disoccupati spenderanno i risparmi delle altre categorie sociali, ovvero, fatti i conti, spenderanno 3.874.
E’ immediato verificare che la domanda effettiva dell’economia sarebbe ancora pari a 14 (4.41+5.716+3.874). Nel nostro caso neppure una redistribuzione del reddito in senso egualitario servirebbe a ridurre il gap tra reddito effettivo e reddito potenziale.
Ancora una volta: quando l’economia già spende tutto il reddito prodotto, non serve – dal punto di vista dello stimolo macroeconomico generale – concentrarlo nelle mani di chi ha una più elevata propensione a consumare. Ciò non significa naturalmente che un simile processo redistributivo non sia desiderabile per altri ed altrettanto importanti scopi. In particolare, tante volte ci dimentichiamo che se nei sistemi politici democratici vale – dove più dove meno – il principio “una testa, un voto”, nei sistemi economici vale invece il principio plutocratico “un dollaro, un voto”.
In altri termini, quali siano i beni effettivamente prodotti e in quali proporzioni è deciso da chi per essi è in grado di esprimere domanda pagante, ovvero da chi sta nella parte alta della distribuzione del reddito. Il mercato, diceva Luigi Einaudi, soddisfa domande e non bisogni.
In Italia negli ultimi 15 anni la distribuzione del reddito ha subito un peggioramento impressionante, come ci ha ricordato il recente rapporto pubblicato dall’OCSE. Non è tutta colpa dei governi che si sono succeduti (che pure qualche responsabilità ce la devono avere, se è vero come è vero che il fenomeno in questione in Italia è stato più rilevante che altrove); fatto sta che Tito Boeri fa bene ad insistere su di una estensione e rimodulazione del welfare che possa almeno mitigare la concreta durezza di questi processi.
La lista delle politiche destinate a non raggiungere lo scopo dell’azzeramento, o quantomeno della riduzione del divario fra reddito effettivo e reddito potenziale si sta ingrossando. Fra quelle sin qui analizzate, la sola che può eventualmente contribuire al raggiungimento di questo scopo è la politica industriale pro-innovazione. Non può essere la sola, tuttavia. Innanzitutto perché, ammesso che funzioni, i suoi effetti tendono a dispiegarsi in un tempo medio-lungo.
Inoltre, perché i suoi effetti macroeconomici di stimolo alla domanda effettiva sono tanto più deboli quanto più efficace e pervasiva è la medesima politica praticata dagli altri paesi. Che altro ci resta?
5 - La politica fiscale e la politica monetaria
Avrebbe senso che nelle circostanze descritte il governo si mettesse a comperare merce 1 e/o merce 2, cercando così di stimolare la domanda effettiva per colmare il divario fra reddito effettivo e reddito potenziale?
Notoriamente, il governo potrebbe finanziare questa spesa in tre modi: aumentando le tasse, chiedendo prestiti (indebitandosi) o, infine, convincendo la banca centrale ad aumentare la quantità di moneta in circolazione.
Ora, almeno dal punto di vista degli effetti immediati sulla domanda effettiva, i primi due metodi sono del tutto equivalenti. Infatti, nel momento in cui il governo dovesse decidere di ottenere fondi, a titolo di prestito o di imposta, da cittadini che, ricordiamolo, in aggregato stanno già spendendo tutto il reddito prodotto, il solo effetto che si otterrebbe consiste in una riduzione della spesa privata e in un corrispondente aumento di quella pubblica. La spesa totale, la domanda effettiva, rimarrebbe ancora una volta invariata.
Alla medesima conclusione giungeremmo se il governo ottenesse prestiti da cittadini stranieri. Nelle circostanze date, perciò, dobbiamo aggiungere alla nostra lista di politiche inefficaci anche la spesa pubblica finanziata tramite l’indebitamento o l’imposizione fiscale. La sola possibile via di uscita per raggiungere lo scopo prefissato – ricordiamolo: incrementare il livello di spesa totale in modo da ridurre il divario fra reddito effettivo e reddito potenziale – consiste nell’aumento della quantità di moneta in circolazione. Se il governo domandasse merce 1 e/o merce 2 utilizzando la “nuova” moneta immessa nell’economia, tale domanda andrebbe ad aggiungersi a quella privata, così che la spesa totale questa volta, finalmente, aumenterebbe.
Arriveremmo a conclusioni del tutto simili se fossero i privati, invece del governo, a utilizzare la moneta di nuova emissione per incrementare i livelli di domanda. Nel primo caso sarebbe il governo a indebitarsi con il sistema bancario, e crescerebbe lo stock di debito pubblico; nel secondo caso crescerebbe invece l’indebitamento del settore privato. Ora, prima di definire con maggior precisione i contorni di questa politica monetaria espansiva, sgomberiamo il campo da un gigantesco equivoco che ha seriamente falsato, in Europa molto più che negli Stati Uniti, il dibattito di politica economica degli ultimi 15-20 anni.
6 - La sostenibilità del debito pubblico e l’inflazione
Da molti anni sentiamo ossessivamente ripetere (anche qui: da voci bi-partisan) la medesima litania: politiche che, come quelle appena descritte, comportino un deficit pubblico “eccessivo” non sono praticabili in Italia perché porterebbero a un debito pubblico insostenibile, il cui onere ricadrebbe inevitabilmente sulle generazioni future. Prima o poi i debiti tocca ripagarli. Con il trattato di Maastricht i paesi che ad esso hanno aderito hanno quasi sacralizzato questa retorica e si sono vincolati ad una disciplina specifica, stabilendo che il deficit pubblico non possa superare il 3% del prodotto interno lordo, tranne che in circostanze del tutto eccezionali come quella che stiamo ora attraversando (non a caso Barroso ha concesso qualche apertura in tal senso).
Ora, il debito pubblico si definisce sostenibile quando il rapporto debito/pil diminuisce nel tempo, cioè quando il debito stesso cresce meno rapidamente dell’economia. In tal caso, infatti, l’economia genera le risorse necessarie al ripagamento del debito. Bene, su questa definizione siamo tutti d’accordo. La domanda diventa perciò inevitabile: siamo certi che un deficit pubblico contenuto entro il 3% del pil garantisca la realizzazione di questa condizione? Non potrebbero darsi casi in cui un deficit superiore al 3% sia comunque compatibile con la sostenibilità del debito? O, al contrario, casi nei quali un debito inferiore al 3% sia eccessivo rispetto allo scopo della sostenibilità? Ancora una volta un banale esempio numerico può chiarire il punto.
Prendiamo un paese con un rapporto debito/PIL del 110% e un tasso di crescita dell’economia dell’1%: qualsiasi deficit superiore al 1.1% (110%x1%) del PIL sarebbe insostenibile, ovvero porterebbe alla crescita del rapporto debito/PIL. Se tuttavia l’economia di questo stesso paese crescesse al 3% annuo, un qualsiasi deficit inferiore al 3.3% (110%x3%) sarebbe invece sostenibile.
Il trattato di Maastricht e il patto di stabilità, fissando il limite massimo del rapporto deficit/pil al 3%, impongono un vincolo che a seconda dei casi può rivelarsi o troppo lassista o inutilmente restrittivo. Una regola stupida. C’è di più: la definizione di sostenibilità sin qui adottata è puramente ragionieristica, strettamente finanziaria.
La spesa, e specialmente quella finanziata con emissione monetaria, ha effetti espansivi sul PIL, cioè accresce il denominatore del rapporto debito/pil. Nel nostro esempio, la domanda aggiuntiva di merce 1 e/o 2 espressa dal governo permette la crescita del reddito effettivo (il pil) ed il suo avvicinamento al livello del reddito potenziale. Ulteriore possibile obiezione: ma la spesa finanziata con emissione monetaria è inflazionistica. Non è vero: se la spesa aggiuntiva, pubblica o privata che sia, conduce ad un livello di domanda effettiva che si colloca entro il limite del reddito potenziale (non più di 20, nel nostro esempio) allora non si vede perché essa, di per sé, debba produrre inflazione. Un altra faccenda su cui la confusione nel dibattito di politica economica regna sovrana si riferisce al nesso fra debito pubblico e trasferimenti intergenerazionali.
Se oggi contraggo un debito pari a 100 per garantire a mio figlio un elevato livello di istruzione e, grazie ad esso, il flusso scontato dei redditi futuri percepiti da mio figlio è pari a 120, evidentemente questo medesimo debito che mio figlio ripagherà non gli toglierà nulla. Al contrario, lo arricchirà. Senza contare che il debito mio figlio lo ripagherà ad un suo coevo, al figlio di qualcun altro.
Dopo di che si può anche decidere, alla Tremonti-Gelmini-Brunetta, di non contrarre debiti per l’istruzione dei figli visto il rischio di finanziarie qualche barone corrotto e impreparato; quello sì, sarebbe un trasferimento intergenerazionale: che le colpe dei padri ricadano sui figli. In definitiva, la collezione di stupidaggini oramai entrate nel gergo politico e nell’uso comune ogni volta che si discute di debito pubblico è impressionante. Purtroppo, anche molti economisti di professione fanno la loro parte.
7 - Il ciclo capitalista e l’attuale crisi finanziaria
Abbiamo visto che per una economia intrappolata in un equilibrio di sotto-occupazione si rendono necessarie sia una politica di spesa finanziata con emissione monetaria (e contenuta entro limiti non inflazionistici) che una politica industriale volta ad accrescere la competitività delle imprese nazionali, a sostenerne e stimolarne i processi innovativi. Dal momento che tali processi non si possono avviare senza forza lavoro qualificata, anche la formazione del capitale umano deve rientrare nella politica di spesa qui invocata.
In sintesi, una spesa pubblica non inflazionistica per l’innovazione, la ricerca e la formazione del capitale umano. Anche qui non ci si può esimere da un’amara osservazione: l’Italia è fra i paesi OCSE che spendono meno in questa direzione, tanto in termini di spesa privata che in termini di spesa pubblica. Le priorità cui vengono destinati i fondi pubblici sono altre. Sta qui la ragione prevalente e in fondo ovvia del declino di questo paese. Come si innesta su questo declino la vicenda più attuale della crisi finanziaria? Una vicenda che naturalmente ha avuto origine altrove e che tuttavia sta colpendo anche il nostro paese. Credo valga la pena ripescare un vecchio e interessante lavoro di Domenico Delli Gatti e Mauro Gallegati per provare a razionalizzare ciò che sta accadendo. Secondo i due autori, appartenenti al filone di pensiero della cosiddetta Nuova Macroeconomia Keynesiana, il ciclo economico capitalistico è caratterizzato dal susseguirsi di quattro fasi: “ripresa tranquilla e finanziariamente solida”, “boom euforico e finanziariamente fragile”, “recessione tranquilla e finanziariamente solida” e, infine, “depressione con debito”. Cominciamo dalla prima fase del ciclo. Nel corso di una ripresa economica gli investimenti crescono e perciò, per via del classico effetto moltiplicatore keynesiano, cresce anche il reddito. A sua volta, l’aumento del reddito permette alle imprese di trattenere profitti più elevati, ciò che di per sé stimola ulteriori investimenti (se non altro perché i profitti non distribuiti e trattenuti all’interno dell’impresa costituiscono una sorta di garanzia reale e perciò facilitano l’accesso al credito). Se i risparmi di impresa (i profitti non distribuiti) crescono più rapidamente degli investimenti, ne segue che la domanda di credito esterno da parte delle imprese si contrae e si allentano le tensioni sul mercato del credito: il tasso di interesse diminuisce e con esso gli oneri finanziari a carico delle imprese. Se i profitti aumentano e le imprese ne distribuiscono una frazione sostanzialmente costante in forma di dividendi, ciò significa che anche i dividendi stessi aumentano.
Il pubblico sarà perciò indotto a detenere meno moneta in forma liquida e a sostituirla con azioni, i cui corsi perciò aumenteranno. In sintesi, si tratta di una fase in cui investimenti, reddito, autofinanziamento delle imprese e corsi azionari mostrano tutti un andamento positivo. Simultaneamente, i tassi di interesse e gli oneri finanziari a carico delle imprese si riducono. Una ripresa tranquilla e finanziariamente solida, appunto. Tuttavia, proprio grazie alle evoluzioni appena descritte, lo “stato di fiducia” delle imprese può migliorare al punto da indurle ad aumentare la domanda di investimenti in misura superiore alla crescita dell’autofinanziamento. In tal caso si acuiscono le tensioni sul mercato del credito, ciò che conduce ad un aumento dei tassi di interesse e a un appesantimento degli oneri finanziari. Siamo passati ad un boom euforico e finanziariamente fragile. Ed è proprio la fragilità finanziaria, il carico di interessi che le imprese pagano al sistema bancario, a poter innescare una fase recessiva : per quanto le imprese trattengano profitti, l’aumento degli oneri finanziari comincia a ridurre le possibilità di autofinanziamento e perciò a rallentare il ritmo di investimento.
Inoltre, nella misura in cui le imprese cercano di ridurre i dividendi distribuiti per far fronte alle difficoltà finanziarie, la domanda di azioni casca e con essa i corsi azionari. A sua volta, la caduta dei corsi azionari disincentiva ulteriormente la domanda di investimenti espressa dalle imprese: quando le azioni sono basse si fanno scalate, non si installa capitale di nuova produzione. Il rischio di ogni recessione è che, una volta partita, si avviti su se stessa. Se le imprese, mosse dal tentativo di non peggiorare la loro situazione finanziaria, attuano una politica di investimento ancora più prudente (ciò che costituisce una strategia assolutamente ragionevole dal punto di vista della singola impresa), la riduzione dei profitti nell’intero sistema economico può essere tale che le possibilità di autofinanziamento si riducano ancora più rapidamente degli investimenti stessi.
In tal caso, aumenterebbe il fabbisogno di finanziamenti esterni per finanziare i pur bassi investimenti e l’economia si troverebbe in una depressione con debito: investimenti, redditi, occupazione e corsi azionari in fase discendente, oneri finanziari a carico delle imprese in fase ascendente. Nel momento in cui, con preoccupante consenso, tutti ci dicono che l’attuale crisi assomiglia a quella del 1929, io credo che l’idea implicita – e a mio giudizio corretta – sia che ci troviamo in una fase di depressione con debito. I segnali, lo ripeto, sono purtroppo quelli: investimenti, redditi, occupazione e corsi azionari in calo, oneri finanziari a carico delle imprese in aumento. Da una situazione del genere si può uscire in due modi. O, semplicemente, si aspetta: prima o poi il calo degli investimenti diventa così rilevante da ridurre ogni tensione sul mercato del credito. Oppure, come correttamente si dice, si deve chiedere al sistema bancario un di più di sforzo espansivo, e naturalmente la responsabilità è della BCE.
8 – Conclusioni
In questa riflessione ho cercato di sostenere che l’Italia sta attraversando una duplice crisi: una crisi strutturale, dovuta alla rinuncia oramai ventennale ad una politica di spesa non inflazionistica per l’innovazione, la ricerca e la formazione del capitale umano; e una crisi ciclico-finanziaria. Stiamo sperimentando i duri effetti della seconda. Tuttavia, credo che essa sia temporanea, diciamo una sia pur durissima fase del ciclo economico connaturato al funzionamento di tutte le economie capitaliste.
La crisi più grave è la prima. Ho cercato di argomentare che non ne usciremo se non prenderemo sul serio Keynes. Non il “keynesismo bastardo o criminale” (efficace espressione di Marcello de Cecco), ma il keynesismo per bene, quello della Teoria Generale. Non i soldi pubblici per incentivi a settori in declino, non i soldi pubblici per sanare debiti privati, ma una politica di spesa orientata nelle direzioni già indicate. Non c’è alcun dubbio che negli ultimi 20 anni gli USA siano stati molto, molto più keynesiani dell’Europa, in termini di politica fiscale e soprattutto di politica monetaria, quella politica monetaria che, come ho cercato di argomentare, costituisce il cuore dell’insegnamento keynesiano. Negli ultimi 20 anni il reddito pro capite USA è cresciuto più rapidamente di quello europeo, lo stesso dicasi per la produttività del lavoro.
Possiamo continuare a raccontarci la barzelletta della flessibilità, ma anche in Europa le imprese quando vanno male possono licenziare (e ci mancherebbe altro). Possiamo anche sottolineare che il reddito pro capite USA è distribuito molto male. Vero, ma - al di là del fatto che sarebbe meglio che ad avanzare questa obiezione non fosse un italiano – si tratta evidentemente di un altro problema.
Il punto è che da due decenni l’Europa ha completamente scordato gli insegnamenti di Keynes, si è attaccata a “parametri” privi di un significato economico intellegibile e nel frattempo ha perso terreno.
venerdì 20 marzo 2009
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