Il contatore del debito pubblico

giovedì 26 giugno 2008

Recessione??!!

(di F. Daveri)

Le vendite al dettaglio nell’aprile 2008 sono scese di due punti percentuali rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

E’ la temuta recessione che si avvicina a grandi passi?

Troppo presto per dirlo.

Come avverte l’Istat, il dato pubblicato riguarda il valore totale delle vendite, e incorpora quindi sia l’andamento delle quantità vendute che quello dei prezzi di vendita.

Un segno - complessivo può quindi essere il risultato sia di una riduzione delle quantità vendute che di una riduzione dei prezzi.

Per gli alimentari ci sono pochi dubbi: i prezzi sono saliti (circa +6% su base annua nel 2007).

Il segno “meno” è quindi da attribuire ad una flessione delle quantità vendute.

Ma il segno meno per le vendite di alimentari è piccolo: solo -0,8%.

Non sono gli alimentari i principali responsabili della flessione delle vendite: la voce delle vendite diminuita in modo più marcato è quella dei beni non alimentari (-3,4%).

E qui siamo in dubbio: le nostre spese in prodotti non alimentari possono diminuire sia perché comperiamo meno telefonini ma anche perché il prezzo dei telefonini scende nel tempo.

C’è poi da considerare che, nascoste sotto ai dati aggregati, succedono tante cose.

Una di queste è la continuazione del processo di ristrutturazione nel settore della distribuzione.

La grande distribuzione (nelle sue varie forme: ipermercati, supermercato, hard discount, grandi magazzini) per ora tiene, facendo segnare un più zero e qualche cosa rispetto ad un anno fa.

E’ la piccola distribuzione a far segnare valori molto negativi.

Se recessione è, dunque, per ora non è la recessione di tutti ma solo di qualcuno, quelli con le spalle meno larghe.

Del resto era stato così anche nella ripresina del 2006-07: pochi grandi esportatori ci avevano guadagnato e molto, mentre i tanti piccoli avevano solo visto passare la locomotiva della ripresa in TV.

lunedì 23 giugno 2008

La Francia

GEOGRAFIA:

La Francia confina a nord con il Mare del Nord ed il Belgio, ad ovest con l'Oceano Atlantico, a Sud con il Mar Mediterraneo e la Spagna, a est con la Svizzera, la Germania, il Lussemburgo e con i CAMPIONI DEL MONDO.

Per pochi chilometri non ospita nel suo territorio la più alta cima d'Europa, il Monte Bianco, che si trova in Italia.

STORIA:

Può vantare uno dei più grandi condottieri della storia, Napoleone...che era italiano.
Per il resto è famosa per aver bombardato un paio di atolli.

PRODUZIONE E IMPIEGHI:

La Francia è famosa per:
1) ospitare la Bellucci... che è italiana

2) avere Carla Bruni come first lady...che è italiana

E' inoltre rinomata per i formaggi, secondi solo a quelli italiani, il vino, la cui produzione è seconda solo a quella italiana e la moda, la quale cede il passo solo a quella italiana.

SPORT:

Nel basket vanta un 3° posto all'ultimo Europeo a distanza di 52 anni
dall'ultimo podio.

Sono molto fieri della loro Nazionale di Calcio dove militano o hanno militato tra gli altri:

a) Zidane... che è algerino

b) Thuram... che è di Guadalupe

c) Trezeguet... che è argentino

d) Boumsong... che è camerunense

e) Vieira... che è senegalese

f) Makelele... che è congolese

g) Malouda... che è guyanese

La maggior parte dei quali ha imparato a giocare in italia

ARTE E CULTURA

A parte qualche poeta drogato e qualche schizzatore di tele sfuocate è famosa per ospitare la Gioconda...che è italiana

MUSICA

Sembra strano che non ci sia traccia di musica francese al di fuori del suolo francese, dove per altro impazzano i seppur discutibili Ramazzotti, Pausini e Tiziano Ferro...che sono italiani

CIBO

Mangiano rane ma ultimamente stanno andando ancora un pò più in là, ingoiando dei bei rospi.

..e comunque L'OMELETTE è solo una cazzo di frittata!!

Robin Hood Tax...













(tratto liberamente dal sito www.lavoce.info)

In Italia, dopo aver a lungo discusso di
  1. riduzione delle accise
  2. di sterilizzazione dell’Iva sui carburanti
il Ministro Tremonti è in procinto di proporre un prelievo aggiuntivo volto a colpire – presumibilmente - i profitti delle imprese energetiche e, forse, anche quelli del settore finanziario.

Tale extra prelievo è stato presentato con grande enfasi comunicativa e ribattezzato come Robin Hood Tax: «È stato detto che le tasse sono bellissime, io non credo che le lo siano in tutti i casi. La Robin Hood tax lo è, perché toglie ai petrolieri per dare la possibilità, a chi ha bisogno di cibo, di tirare avanti» ha detto il Ministro alla stampa, caricando tale intervento di grandi speranze e dunque di enormi responsabilità.

Robin Hood portava via ai ricchi per dare, o ridare, ai poveri: un'azione “etica” ispirata a ragioni di equità di fronte a uno stato ingiusto e vessatorio.

Questa volta, in piena globalizzazione, i panni di Robin Hood è deciso a vestirli il nostro ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: i cattivi sarebbero le compagnie petrolifere che fanno enormi e ingiusti guadagni sull’aumento del prezzo del petrolio, complice la riprovevole speculazione finanziaria, e i poveri sarebbero i cittadini, dal momento che il petrolio è una fonte energetica e l’energia serve per produrre tutto, beni e servizi.

Ma cos'è allora questa Robin Hood Tax??

Chissà...sappiamo però cosa non dovrebbe essere...non è lo sconto fiscale sul prezzo dei carburanti introdotto dal ex ministro Bersani, poi scaduto, e non rinnovato dal ministro Scajola e non è nemmeno il tetto all’Iva proposto dal presidente francese Sarkozy.

C’è insomma la volontà di colpire la speculazione, e perciò dovrebbe toccare i profitti delle società dell’intera filiera e produrre un gettito da restituire in maniera non distorsiva, ma etica (?), a chi ne ha più bisogno.


Ma è davvero possibile un prelievo differenziato sui profitti per alcune categorie di imprese?

Si e sono diversi gli esempi di aliquote maggiorate proprio sulle imprese energetiche nei paesi produttori.

La stessa esistenza di una imposta sui profitti delle società di capitali, come livello di tassazione aggiuntivo rispetto al prelievo sui dividendi, si giustifica sotto diversi profili, tra cui l’esistenza di una soggettività diversa dell’impresa rispetto ai proprietari nel caso delle grandi public companies, e la possibilità per l’Erario di ottenere un gettito regolare e anticipato rispetto al momento in cui i profitti arrivano ai proprietari dell’impresa e possono essere tassati.

Ma la corporation tax è per una parte della letteratura un vero e proprio strumento di politica industriale, che consente di limitare il potere monopolistico di alcune imprese o promuovere settori o aree in difficoltà (possibilità peraltro piuttosto difficile in Europa vista la severa normativa che regola gli aiuti di stato alle imprese).

Questione diversa è invece l’efficacia di un provvedimento di questo tipo, ovvero la possibilità che un incremento del prelievo sui profitti si traduca semplicemente in una riduzione delle rendite senza modificare il prezzo, ovvero senza che ci sia traslazione sui consumatori o altri soggetti economici.

In via generale la teoria economica sottolinea che per le imprese che hanno come obiettivo la massimizzazione del profitto, il prelievo tipo corporation tax non può essere traslato e dunque provoca una riduzione del livello dei profitti.

Innalzare l’aliquota di tassazione significherebbe pertanto ridurre le rendite monopolistiche senza altri effetti sull’economia.

Basta peraltro muoversi in un contesto di impresa che persegue la massimizzazione delle vendite (o della quota di mercato) o di fissazione del mark up e i modelli indicano che la tassazione dei profitti di impresa provoca una variazione delle quantità prodotte, con una traslazione sui prezzi finali.

Inoltre, anche muovendosi in un contesto tradizionale, la mobilità dei capitali tende a far ricadere l’incidenza sui fattori meno mobili come il lavoro, con una traslazione all’indietro tanto più regressiva quanto più c’è forza lavoro non qualificata.

Infine, è noto che la tassazione dei profitti di impresa è ritenuta distorsiva perché tende a scoraggiare gli investimenti sia considerando la compressione del cash flow a disposizione, sia con riferimento a una nozione di costo del capitale (scudo fiscale).

Per quanto le verifiche sull’incidenza siano molto scarse, sin dagli anni sessanta (Kryzaniuk e Musgrave (1963)) non sono mancate le evidenze del fatto che la tassazione sui profitti delle imprese viene effettivamente traslata su altri soggetti, ed in tempi recenti è stato messo in evidenza come, con l’accresciuta mobilità dei capitali, la corporation tax abbia penalizzato principalmente il lavoro (Maffini e altri (2008)).

I due settori probabilmente coinvolti dal provvedimento, quello energetico e quello finanziario, sono accomunati da un assetto a dir poco lontano dalla concorrenza perfetta (con elevate rendite) e da una recente attenzione mediatica che li rende protagonisti perfetti per una Robin Hood Tax.

Il settore bancario, in particolare, ha con il sistema tributario un rapporto altalenante e non sempre trasparente, subendo spesso una pressione fiscale più intensa rispetto alle altre imprese (si pensi alla differenzazione in termini di aliquote Irap) ma anche beneficiando in misura consistente di alcuni regimi specifici (si vedano le alterne vicende dell’Iva sui servizi finanziari) e di alcuni recenti interventi di riforma.

Gli ultimi dati disponibili dell’Anagrafe Tributaria (2004) indicano un contributo del settore bancario di oltre un 3,5 mld di €, con una quota di circa il 12% del gettito complessivo dell’Ires.

Tuttavia, tutte le analisi empiriche sul tema hanno messo in evidenza una netta traslazione della tassazione sui margini praticati dal sistema bancario che tendono a lasciare inalterati i profitti netti (si vedano ad esempio le recenti analisi di Chiorazzo e Milani (2008) o Albertazzi e Gambacorta (2007) e si ripercuotono nel medio periodo sui prezzi praticati a consumatori e imprese.

Le imprese del settore energetico, che si muovono in un’ottica ancora più globalizzata di quella del mondo bancario, sono colpite da diverse forme di prelievo tra cui le royalties sull’estrazione dei prodotti (come noto molto limitata nel caso italiano), le accise sui prodotti energetici (che vengono totalmente traslate sul consumo) e le imposte sui profitti.

Guardando ai dati di gettito Ires, i settori rilevanti (estrazione di prodotti energetici e raffinazione), caratterizzati da valori medi di imponibile e imposta molto elevati rispetto alle altre imprese, contribuiscono al gettito Ires per circa un miliardo e 200 milioni di euro; va peraltro notato che, nonostante la nota profittabilità del settore, la quota di imprese capienti è comunque inferiore al 50% (in linea con la media nazionale).

In definitiva, anche considerando un ulteriore aumento del volume dei profitti negli ultimi tre anni, rimane misterioso come una sovra aliquota Ires per questi settori possa realmente generare risorse tali da alleviare la situazione di «..chi ha bisogno di cibo…» senza poi determinare un aumento dei prezzi praticati sui prodotti o un più probabile effetto sui salari reali della forza lavoro impiegata.

Inoltre il tema degli investimenti delle imprese operanti in campo energetico dovrebbe essere valutato con particolare attenzione in un momento in cui siamo stretti tra l’urgenza di ridurre le emissioni e la necessità di investire in tecnologie che aiutino la diversificazione degli approvvigionamenti energetici, anche perché la crescita dei prezzi delle materie prime crea pressione e incertezza anche sui bilanci delle imprese di raffinazione e intermediazione.

La Robin Hood Tax, di sicuro impatto mediatico e potenzialmente capace di fornire un non trascurabile ammontare di risorse nel breve periodo potrebbe perciò determinare un peggioramento degli impatti distributivi nel medio periodo, e un minore profilo degli investimenti in nuove tecnologie.

L’obiettivo di porre un freno alla speculazione sembra in definitiva alquanto demagogico.

La speculazione di cui qui si parla è quella del mercato internazionale del petrolio.

Assai meno ovvia è la sua presenza sul mercato nazionale, inserendosi tra il petrolio grezzo e il prodotto petrolifero finito: un elemento di evidenza dovrebbe essere la presenza di ampie scorte speculative di materia prima o prodotti intermedi o finiti di cui non pare esservi traccia.

Ancora più “speculativa” è invece l’eventuale partecipazione alla speculazione internazionale di società petrolifere nazionali (partecipate dallo Stato: ENI).

La tassa ha carattere di straordinarietà e colpisce un’industria specifica in un momento particolare, in cui i profitti sono considerati abnormi (quasi-rendite).

Viene però da domandarsi se non vi siano (oggi) o non vi siano state (nel passato) altre industrie con profitti molto ampi, ma che non hanno attratto la stessa attenzione, pur producendo beni o servizi di larghissimo utilizzo: che dire ad esempio delle bolle immobiliari (prezzo abitazioni) di quelle finanziarie (mutui) o di quelle agricolo-alimentari.

Dopo il periodo degli interventi una tantum, adesso sembra davvero essere venuto il periodo degli interventi straordinari.

martedì 17 giugno 2008

Il no irlandese al Trattato UE

Il risultato del referendum irlandese è ovviamente una pessima notizia.

Gli euroscettici vedono nel risultato irlandese l’ennesima prova della mancanza di democrazia e di legittimazione dell’Unione.

Lucio Caracciolo ha riproposto su La Repubblica la tesi secondo la quale non c’è democrazia senza Stato: dunque, o l’Unione si fa Stato, cosa oggi impraticabile, oppure abbandona ogni ambizione politica.

Tuttavia a mio avviso, l’asticella da saltare per l’approvazione dei Trattati europei è semplicemente troppo alta: in Irlanda hanno votato contro il Trattato di Lisbona 862.415 elettori, lo 0,2 per cento della popolazione europea.

Quale modifica costituzionale, o anche solo legislativa, sarebbe approvata nel nostro paese se si imponesse ogni volta di ottenere separatamente anche la maggioranza di ogni consiglio regionale, o quella dei cittadini con diritto di voto regione per regione?

È il referendum nazionale su decisioni europee che distorce la democrazia: perché assoggetta le decisioni di una larghissima maggioranza al potere di veto di piccole minoranze.