Il contatore del debito pubblico

venerdì 2 gennaio 2009

Crisi alimentare globale






La crisi alimentare globale



La crisi alimentare globale che stiamo vivendo si manifesta nell’esaurimento delle scorte di cibo e in un corrispondente, massiccio incremento dei prezzi. Tra gennaio 2006 e maggio 2008 i prezzi alimentari nei mercati mondiali sono cresciuti in media del 100% (UNCTAD, 2008).


Tra gennaio e maggio 2008 il prezzo del cibo è triplicato. Dal momento che le importazioni di cibo in proporzione del PIL (prodotto interno lordo) sono generalmente superiori per i paesi in via di sviluppo importatori di cibo (generalmente identificati con l’acronimo LIFID, Low – Incombe – Food – Deficit - Countries), le conseguenze patite dai paesi LIFID in seguito a questa crisi sono più gravi di quelle subite da tutti gli altri.

Per intendersi, la fattura da importazioni di cibo per i paesi africani appartenenti al gruppo LIFID passa da un ammontare di 6.5 miliardi di dollari nel biennio 2002-2003 a circa 15 miliardi di dollari nel 2007-2008; da 7 a 15 miliardi di dollari per i paesi asiatici del gruppo LIFID e, infine, da 0.3 a 0.7 miliardi di dollari per i paesi LIFID della regione America Latina e Caraibi .


In ogni caso, come si vede, si tratta in buona sostanza di un raddoppio. Che le conseguenze siano drammatiche è ovvio, tanto più che all’interno di ciascun paese e regione le famiglie più povere sono anche quelle che destinano la frazione più elevata della propria spesa complessiva all’acquisto di beni alimentari.


In questo intervento cercherò di ragionare sulle cause della crisi alimentare e, laddove possibile, di mettere in relazione la più generale crisi che l’economia mondiale sta attraversando con le vicende più specificamente legate al settore alimentare.

Naturalmente, ciò richiede una comprensione di base delle cause di fondo della crisi alimentare. Nelle conclusioni proverò a riflettere sui possibili rimedi.

Ci sono diverse ragioni che spiegano il forte incremento dei prezzi alimentari negli ultimi anni. Tra queste, un rallentamento della crescita nella produzione globale in corso già da tempo.

Tra il 1970 e il 1990 la crescita dei rendimenti medi per ettaro era del 2% all’anno; tra il 1990 e il 2007 dell’1.1%. Si tratta di un dato ancor più significativo se si tiene conto che negli ultimi 38 anni le aree coltivate sono cresciute solamente dello 0.15% all’anno.

Le cause probabilmente risiedono nei cambiamenti climatici, in un rallentamento degli investimenti in ricerca nel settore agricolo e in una crescente difficoltà (ovvero in costi crescenti) nel reperimento di acqua per usi agricoli (USDA, 2008).


Oltre a questi fenomeni tendenziali, strutturali e di lungo periodo vi sono anche quelli congiunturali, e mi riferisco qui alle pesanti siccità che nel 2007 hanno colpito importanti produttori agricoli come Francia, paesi scandinavi, Australia, Ucraina.

A queste tensioni sul versante dell’offerta si devono sommare quelle provenienti dal lato della domanda, in particolare le richieste fortemente crescenti di granaglie per l’alimentazione degli animali provenienti da paesi in via di sviluppo (PVS) che crescono velocemente come Cina e India, dove il rapido aumento del reddito di centinaia di milioni di persone (una minoranza, certamente; ma significante e, in ogni caso, in assoluto straordinariamente numerosa) ha condotto a un cambiamento delle abitudini alimentari.

A ciò si aggiunga che nel 2007 e nella prima metà del 2008 il prezzo del petrolio è stato crescente e che nel settore agricolo il costo dei trasporti è percentualmente più rilevante che nel settore industriale – si tratta di portare i prodotti dai campi al consumatore finale.


Se quelle appena elencate sono cause piuttosto generali della crisi alimentare globale, va da sé che gli shock che hanno provocato gli aumenti dei prezzi sono diversi a seconda del prodotto in questione.

Nel caso del frumento sono state decisive le siccità in Australia ed Europa. Quanto al mais, è lo stesso Department of Agriculture degli Stati Uniti a riconoscere che il fattore decisivo nel determinarne l’aumento di prezzo è consistito nella scelta del governo USA di sussidiare la produzione di etanolo (un biocarburante).


Questa scelta, evidentemente indotta dall’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi, ha portato al raddoppio fra il 2006 e il 2008 della produzione di mais destinata alla produzione di biocarburante, ciò che almeno in parte ha ridotto la disponibilità di mais per il consumo alimentare (WAOB, 2008).

L’incremento della domanda di biocarburanti spiega anche l’aumento del prezzo degli oli vegetali (di soia e di palma).Questi ultimi costituiscono un ingrediente importante in molti prodotti alimentari e nello stesso tempo possono anche essere utilizzati per produrre biodiesel.

Ancora una volta, perciò, l’aumento della domanda di biocarburanti ha prodotto tensioni sul prezzo dei beni alimentari.

La misura in cui queste tensioni potranno perdurare nel futuro dipende sia dall’evoluzione del prezzo del petrolio (che in buona sostanza determina la domanda di biocarburanti; maggiore l’uno, maggiore l’altra) che dagli sviluppi sui cosiddetti biocarburanti “di seconda generazione”, quelli per la cui produzione si potrebbero utilizzare terre marginali inadatte alla produzione agricola.


Tra le cause della crisi alimentare occorre certamente menzionare anche i cosiddetti “effetti di sostituzione”.

L’aumento del prezzo del mais di cui abbiamo già detto ha indotto i coltivatori a produrre meno riso e meno frumento; allo stesso modo, i consumatori hanno sostituito la carne con riso e frumento.

L’effetto congiunto di questi processi di sostituzione è stato naturalmente l’aumento dei prezzi di riso e frumento. Circa il riso, la politica economica di diversi governi ha contribuito a peggiorare la situazione, ovvero ad accrescerne ulteriormente il prezzo.

Infatti, i paesi esportatori hanno imposto limitazioni all’export (in alcuni casi, penso all’India, l’export è stato semplicemente bandito), mentre alcuni paesi importatori, nel tentativo di ricostituire un certo livello di scorte strategiche, hanno ridotto le restrizioni alle importazioni (dazi doganali e quote).


Queste misure, decise nell’interesse dei consumatori interni e in assenza di coordinamento internazionale, hanno tuttavia aggravato le tensioni già esistenti: se nei mercati internazionali si danno simultaneamente un incremento della domanda di importazioni e una contrazione dell’offerta di esportazioni, è facile capire che i prezzi non possono che crescere.


Last but not least, l’effetto sui prezzi di uno shock negativo sull’offerta e di uno shock positivo sulla domanda è tanto più importante quanto minori sono le scorte accumulate con le quali poter eventualmente soddisfare l’eccesso di domanda.

Il problema è che oggi le scorte accumulate di beni alimentari risultano essere a livelli storicamente bassi. Alcune delle cause sin qui discusse – l’andamento del prezzo del petrolio, le scelte di politica commerciale dei governi così come la loro attitudine verso la costituzione e ricostituzione di riserve strategiche, le scelte di altri governi in tema di sostegno alla produzione di biocarburanti – hanno un sapore chiaramente congiunturale.

Con un po’ di fortuna e un surplus di coordinamento e saggezza, tali cause congiunturali potrebbero essere rimosse e si potrebbe restituire una qualche normalità alla dinamica dei prezzi alimentari.


Sono tuttavia persuaso che le ragioni profonde della crisi alimentare globale siano altre. Se oggi il mondo, e specialmente il mondo più povero, sta sperimentando la scarsità di cibo – offerta stagnante e stock declinanti – è perché in molti PVS l’agricoltura è stata negletta. Lo riconosce ormai, e sia pure tardivamente, anche la Banca Mondiale (2008).


Prendiamo il caso dell’Africa, sede di molti di quei paesi LIFID cui abbiamo accennato in precedenza. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso i programmi di stabilizzazione e aggiustamento strutturale imposti dalle organizzazioni economiche internazionali incoraggiarono, tra le altre, 2 misure decisive di politica economica agricola: lo smantellamento dei marketing boards e la drastica riduzione (o addirittura eliminazione) dei sussidi sugli input agricoli.


Il compito dei marketing boards, organismi pubblici, era di comperare i beni destinati all’esportazione (cacao, caffè, ecc.) dai produttori locali e di rivenderli sui mercati internazionali. La differenza fra il prezzo ottenuto sui mercati mondiali e quello pagato ai produttori locali costituiva una sorta di gettito fiscale per i boards e una tassa implicita per i produttori locali. L’idea, brutalmente semplicistica, sottostante alla eliminazione di questi organismi pubblici di intermediazione era la seguente: se eliminiamo la tassa (e anche l’esattore..), il prezzo netto che finisce nelle tasche degli agricoltori aumenta e con esso l’incentivo a produrre di più e dunque, poiché tutti rispondono agli incentivi, la produzione agricola medesima.


Gli esportatori avrebbero inoltre beneficiato della svalutazione delle moneta locale, misura che non a caso veniva tipicamente inclusa fra i programmi di stabilizzazione. Anche i sussidi sull’uso degli input agricoli dovevano essere rimossi: l’idea, magnificamente sintetizzata dallo slogan getting the prices right che per circa quindici anni ha orientato le scelte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, è che sussidiare la produzione in un certo settore dell’economia sia nel complesso controproducente perché si sottraggono risorse al resto dell’economia, risorse che – in assenza di sussidio – sarebbero state destinate ad altri usi.


I risultati di queste riforme furono disastrosi, di certo non produssero quel di più di output agricolo che avrebbe perlomeno accresciuto, durevolmente, la sicurezza alimentare di chi oggi più soffre le conseguenze della crisi alimentare in corso. Al contrario i coltivatori dei paesi più poveri furono colpiti molto duramente da queste misure, tanto più che esse manifestavano i loro effetti in una fase nella quale i paesi sviluppati continuavano a sussidiare le loro agricolture.


Perché questo fallimento? Perché il processo di riforma, di stabilizzazione e aggiustamento strutturale, fu guidato più dall’ideologia che dal pragmatismo. Eliminare un marketing board non significa che improvvisamente, con un colpo di bacchetta magica, un produttore relativamente piccolo diventa capace di vendere sui mercati internazionali. Avrà in ogni caso bisogno di ricorrere ad un intermediario, e si tratterà ora di un intermediario privato.


I produttori continuano perciò a versare una “tassa”, con la significativa differenza, che non essendoci più alcun corrispondente “gettito fiscale” a beneficio di un organismo pubblico, diventa più difficile finanziare quegli investimenti in beni pubblici ed infrastrutture necessari alla crescita della produttività agricola.

Credo che a questo proposito valga la pena citare integralmente un passo di un recente studio dell’UNCTAD (2008b, pp.10-11-12):


Il fattore fondamentale dietro alla scarsità dell’offerta consiste nel fatto che, specialmente negli ultimi due decenni, la produttività agricola è stata relativamente bassa nei paesi in via di sviluppo e addirittura decrescente in molti LDCs [Least Developed Countries, nota dell’autore]… La bassa produttività agricola è stata rinforzata da un sistematico fallimento delle strategie di sviluppo – la mancanza di investimenti pubblici e privati nel settore rurale e dei beni agricoli … Un fattore importante dietro a questa mancanza di investimenti è dato dai programmi di aggiustamento strutturale …. che hanno implicato l’abbandono o l’indebolimento di misure chiave di supporto istituzionale, inclusi i marketing boards …. L’effetto della generale mancanza di investimenti è risultato accentuato dalla non sorprendente incapacità dei mercati di fornire quei beni pubblici precedentemente forniti dai marketing boards locali o nazionali o da altre agenzie di intermediazione

A complicare ulteriormente il quadro appena descritto entra anche il ruolo giocato dall’Aiuto ufficiale allo sviluppo (AUS) a sostegno dell’agricoltura: secondo la Banca Mondiale (World Bank 2008, p. 41) l’ammontare medio annuale nel coso degli anni ’80 del secolo scorso era di 7.5 miliardi di dollari, mentre nel periodo 1995-2005 si è ridotto alla metà.


Non c’è dunque nessun mistero da spiegare dietro alla dinamica stagnante della produttività agricola. Più misterioso, invece, è il ruolo giocato dalla speculazione


Qual è il fattore che ha impresso una spinta così poderosa ai prezzi alimentari e più in generale alle commodities (materie prime, energia, ecc.)? La speculazione o i più fondamentali fattori di domanda e offerta? Va da sé che tutti concordano nel ritenere che entrambi i fattori abbiano pesato, ciò che si discute è il peso da attribuire a ciascuno di essi. Molti sostengono che il ruolo della speculazione sia in realtà assai limitato (Harris, 2008; Merryll Linch, 2008), dal momento che i prezzi di alcune merci per i quali non esistono contratti futures e che si scambiano solo sul mercato a pronti (magnesio, cobalto, acciaio, riso) sono cresciuti fra il 2002 e il 2008 più rapidamente dei prezzi di alcuni beni (rame, alluminio, zinco) che vengono invece scambiati anche sui mercati a termine.

Costoro sostengono che le ragioni di fondo della crescita dei prezzi delle commodities hanno a che fare con quei tangibili, concretissimi fattori di domanda e offerta che abbiamo discusso in precedenza. Il mondo sta diventando più popoloso e, nei luoghi demograficamente essenziali (Cina e India), più ricco.

La crescita economica dei giganti asiatici in via di sviluppo, accoppiata ai rapidi ritmi di urbanizzazione, stimola l’appetito di commodities che nutrano le persone, costruiscano infrastrutture e case e vengano impiegate per produrre beni manufatti.

Secondo un diverso punto di vista (Masters, 2008) la speculazione negli ultimi anni è diventata “eccessiva” e ha contribuito in modo cruciale ad amplificare le variazioni dei prezzi, al punto tale che essi non riflettono più i fondamentali fattori di domanda e offerta che abbiamo appena menzionato e che dovrebbero segnalare la “vera” scarsità (e dunque il valore) di una merce.

Una miglior comprensione di questo dibattito richiede una illustrazione sia pure sintetica delle modalità di funzionamento dei mercati in cui si scambiano futures.


Un contratto a termine è un contratto con il quale, all’atto della stipula, l’acquirente e il venditore si impegnano rispettivamente a versare una determinata somma di danaro e a consegnare una determinata quantità di una certa merce (grano, per esempio) ad una data successiva alla stipula (dopo un mese, tre mesi, un anno).

La somma di denaro, le quantità e la qualità della merce così come data e luogo dello scambio vengono decise fin da subito, cioè all’atto della stipula. Un contratto futures è un caso speciale di contratto a termine: quantità e qualità della merce, data e luogo di consegna sono predeterminati, standardizzati. Le parti possono solamente decidere il prezzo.



I contratti futures giocano un ruolo importante per prodotti come grano, mais, soia e zucchero. Non esistono invece contratti futures per il riso. Si tratta di contratti che consentono all’acquirente (all’utilizzatore di grano) e al venditore (al produttore di grano) di eliminare o comunque ridurre il rischio legato alle oscillazioni del prezzo.

Grazie ai contratti futures, al momento della semina il produttore di grano conosce già il prezzo che riceverà dopo il raccolto; e il compratore di grano, allo stesso modo, conosce in anticipo il prezzo che dovrà versare al momento del raccolto.

Per questa ragione i contratti futures, che non a caso si diffusero in agricoltura fin dall’inizio del secolo scorso (Stevens, 1974), costituiscono per chi li stipula una forma di protezione dal rischio (di hedging, come si usa dire nel gergo finanziario.)


Produttore e utilizzatore di grano si dicono perciò hedgers.

Più precisamente: short hedger il primo, che desidera vendere contratti futures; long hedger il secondo, che desidera comperare contratti futures).

Essi tuttavia possono essere stipulati anche da chi non intende affatto proteggersi dal rischi; da chi, al contrario, va alla ricerca del rischio onde trarne profitto.

Si tratta in questo caso di speculatori.

La strategia degli speculatori è di comprare futures quando il prezzo degli stessi è inferiore al prezzo a pronti che si prevede prevalga a scadenza; e di vendere futures nella circostanza opposta.


In sintesi, sul mercato dei futures operano sia gli hedgers che gli speculatori e in linea di principio si ritiene che il ruolo degli speculatori sia positivo.

Infatti, essi offrono agli hedgers opportunità aggiuntive di proteggersi dai rischi: ad esempio, il produttore di grano che per proteggersi dalle potenziali oscillazioni del prezzo voglia vendere un futures, non dovrà necessariamente incontrare sul mercato dei futures un utilizzatore di grano.

Tra i potenziali compratori di futures, infatti, vi saranno anche tutti quegli speculatori convinti che il prezzo a pronti del grano sarà, alla scadenza del futures, superiore al prezzo corrente del futures medesimo.

Allo stesso modo, l’utilizzatore di grano che desideri comperare contratti futures non dovrà necessariamente mettersi in cerca di uno short hedger: gli basterà rivolgersi ad uno speculatore (fondo di investimento, fondo pensione, fondo sovrano, ecc.) persuaso che il prezzo a pronti prevalente alla scadenza del futures sarà inferiore al prezzo corrente del contratto futures.

Si dice anche, per descrivere questo ruolo positivo giocato dagli speculatori, che essi forniscono liquidità al mercato: dal momento che il numero di coloro che intendono proteggersi dal rischio di prezzi crescenti (gli utilizzatori di grano) è diverso dal numero di coloro che cercano protezione dal rischio di prezzi calanti (i produttori di grano), è bene che nel mercato vi siano soggetti diversi dagli hedgers, gli speculatori appunto.

I mercati dei futures rendono possibile le operazioni di trasferimento del rischio da chi non intende correrlo a chi invece intende farlo; e, si dice, l’operazione di trasferimento del rischio sarà tanto meno costosa per gli hedger quanto maggiore è la presenza di speculatori.

Si tratta, per così dire, di un generalissimo principio assicurativo: tanto maggiore la competizione fra compagnie assicurative (fra speculatori), tanto minore il premio assicurativo da versare (il premio per il rischio: la differenza fra prezzo corrente dei futures e prezzo atteso a pronti a scadenza).

La teoria economica standard attribuisce alla speculazione una ulteriore virtù.

Non solamente essa facilita efficienti operazioni di trasferimento del rischio; essa serve anche a stabilizzare i prezzi.

Si tratta di una caratteristica essenziale e, specialmente nel discutere di prezzi dei beni alimentari, essa va capita in profondità. L’idea risale a Milton Friedman (1953), un padre intellettuale del neoliberismo.

In linea di principio la speculazione può essere stabilizzante – si comprano attività (case, titoli, futures su commodities, ecc.) quando il loro prezzo è basso (con ciò contribuendo a farlo crescere) e si vendono le attività quando il loro prezzo è alto (spingendolo verso il basso) – o destabilizzante – vendere attività quando il loro prezzo è basso (nell’aspettativa di una ulteriore riduzione di prezzo) e comprare attività quando il loro prezzo è alto (nell’aspettativa di continui aumenti).


Ora, Friedman argomentò che gli speculatori destabilizzanti sono destinati a perdere denaro e perciò ad uscire dal mercato.

Supponiamo che i fondamentali – le forze della domanda e dell’offerta – siano tali da determinare una riduzione del prezzo di una attività - del petrolio, per esempio - a causa di un orientamento verso forme di energia alternativa.

Lo speculatore stabilizzante sarà in grado di trarre profitto dalla tendenza in atto in quanto la anticipi, la veda prima degli altri. Vende ora a termine (assume una posizione short sul mercato dei futures per il petrolio) e, per onorare il contratto futures, compra poi a pronti.



Evidentemente questo corso di azioni non solo garantisce un profitto allo speculatore ma, in più, contribuisce a spingere il prezzo verso il suo più basso valore di equilibrio determinato dai fondamentali di domanda e offerta.

Non solo: se per qualche ragione il prezzo dell’attività dovesse deviare dal suo valore di equilibrio determinato dai fondamentali – più precisamente: immaginiamo che il prezzo corrente sia 100, il prezzo futuro determinato dai nuovi fondamentali (l’orientamento verso forme di energia alternativa) sia 80 e che nel corso del processo di aggiustamento il prezzo scenda “eccessivamente”, fino a 70 – gli speculatori informati e stabilizzanti, sapendo che il prezzo “vero” dovrà essere 80, decideranno di comprare proprio quando il prezzo raggiunge il suo picco negativo (70), con ciò evitando che il prezzo stesso si allontani ulteriormente dal suo valore di equilibrio (80).


Insomma: l’operare degli speculatori informati spinge i prezzi verso il loro valore di equilibrio determinato dai fondamentali e ne attenua le oscillazioni intorno ad esso. Se il prezzo del petrolio sta scendendo “troppo”, la speculazione lo riporta al suo valore di equilibrio. Allo stesso modo: se il prezzo del cibo sta salendo “troppo”, la speculazione, lungi dall’esacerbare questa tendenza, lo riporta al suo valore di equilibrio.

Secondo questa visione, gli speculatori destabilizzanti sono destinati, presto o tardi, a perdere denaro: i fondamentali sono le vere forze del mercato, la sostanza concreta della legge della domanda e dell’offerta, e scommettere contro di loro, giocare in controtendenza significa condannarsi. Significa comprare caro e vendere per pochi soldi. La difesa della speculazione, l’idea che essa non abbia contribuito alla crescita dei prezzi alimentari poggia su un ulteriore argomento. Se davvero a far crescere i prezzi del cibo fosse stata la speculazione (e non una domanda “vera”, espressa da chi consuma e utilizza effettivamente beni alimentari), allora dovremmo osservare, insieme all’’aumento dei prezzi, un parallelo aumento delle scorte, della produzione invenduta.

Sennonché non è questo il caso, abbiamo già sottolineato nel paragrafo precedente che oggi le scorte di beni alimentari sono a livelli storicamente bassi.


Ora, per quanto sia convinto che i “fondamentali” di domanda e offerta abbiano giocato un ruolo cruciale nel determinare l’impennata dei prezzi alimentari – e a ciò è stato dedicato un intero paragrafo del presente lavoro – mi pare che l’ottimismo della teoria economica standard circa il ruolo della speculazione sia mal posto.

La speculazione può produrre gli effetti positivi prima discussi – facilitare le strategie di trasferimento del rischio da chi meno a chi più lo sopporta, stabilizzare i prezzi introno al loro valore di equilibrio “vero”; ma può anche, in circostanze che definisco “eccezionali ma ricorrenti”, produrre l’esito opposto: destabilizzare i prezzi e trasferire i rischi sui soggetti più deboli e perciò meno idonei a farsene carico.

Tali circostanze eccezionali e ricorrenti sono evidentemente le cosiddette “bolle speculative” cui il capitalismo ci ha abituati – dalla bolla dei tulipani nell’Olanda del 1630 fino alle bolle immobiliari e “dot.com” dei nostri giorni.


Non è corretto sostenere che sempre, in ogni caso, se il prezzo del cibo sta salendo “troppo”, la speculazione, lungi dall’esacerbare questa tendenza, lo riporta al suo valore di equilibrio.

Immaginiamo che il prezzo corrente del cibo sia 80 e che, date le dinamiche fondamentali in essere (la domanda di indiani e cinesi, la scelta di privilegiare i biocarburanti, ecc.), il prezzo di equilibrio futuro sia (debba essere) 100.

Occorre capire che gli speculatori possono realizzare profitti in modo da portare il prezzo prima da 80 a 120 e poi, in un secondo momento, da 120 a 100 (ciò che significa aver destabilizzato i prezzi rispetto a quanto sarebbe accaduto in assenza di speculazione): si comincia, sulla base dell’aspettativa che il prezzo cresca, a comperare e, se sono in molti a farlo, il prezzo effettivamente cresce; se, confortati dalla realizzazione dell’aspettativa, si è convinti che il prezzo crescerà ancora, si continua a comperare, e se sono in molti a farlo il prezzo, effettivamente, crescerà ancora; e così via.

E’ perfettamente plausibile che vi sia qualcuno che ha comperato a 80 e venduto a 120.

Quando si comincia a vendere per incassare i profitti da speculazione la bolla “scoppia” e il prezzo torna al suo valore di equilibrio (100).

Naturalmente il meccanismo appena descritto è possibile quando la domanda espressa dagli speculatori è quantitativamente consistente, in grado di competere con quella espressa da chi domanda beni alimentari per utilizzarli.

E si tratta esattamente di ciò che è accaduto dal 2006 ad oggi: gli scambi in futures sui beni alimentari sono triplicati (!) grazie alla creazione di un mercato mondiale elettronico (la possibilità tecnica di farlo) e grazie allo spostamento di fondi dai mercati obbligazionari e azionari sui quali i rendimenti cominciavano a calare (la convenienza di farlo).

E’ evidente, da questo punto di vista, il nesso fra la crisi globale de mercati finanziari e l’impennata dei prezzi alimentari. L’obiezione, apparentemente semplice ma errata, potrebbe essere la seguente: se davvero fosse andata così, se la speculazione avesse davvero esacerbato le tendenze in atto (portando il prezzo dei beni alimentari fino a 120) invece di addolcirle (ciò che accadrebbe se, non appena il prezzo arriva a 101, gli speculatori ben informati e stabilizzanti si mettessero a vendere), allora dovremmo osservare delle scorte di beni alimentari invenduti che invece non ci sono.

Ora, è bensì vero che, come è già stato sottolineato, le scorte di prodotti alimentari sono a livelli storicamente bassi, ma di per sé ciò non dice molto sul ruolo della speculazione nel determinare le dinamiche dei prezzi.

Ciò deriva dal fatto che le scorte misurate sono scorte di prodotti finiti: il grano di un coltivatore di grano, il frumento di un coltivatore di frumento, la farina di un produttore di farina, il pane di un panettiere e il petrolio di un petroliere. Si ricorderà che durante la crisi petrolifera degli anni ’70 del secolo scorso molti consumatori finali comperavano taniche di benzina che avrebbero utilizzato solo in un secondo momento. Contabilmente parlando, l’economia non misurava scorte di benzina perché né il petroliere né il benzinaio ne detenevano; ciò non toglie che le scorte ci fossero, semplicemente stavano nelle taniche dei consumatori.

Allo stesso modo, il fatto che non si misurino scorte di farina non significa che non ve ne siano: stanno nel magazzino dell’utilizzatore, ovvero del panettiere.


Ancora una volta può essere utile citare un passo tratto da un recente studio dell’UNCTAD (2008a, p. 25), dal quale risulta evidente come una attività di carattere speculativo (accumulazione di scorte) possa essere esercitata anche da coloro che, in quanto utilizzatori concreti di un bene, non vengono di norma identificati come speculatori: “.. una riduzione attesa dell’offerta futura e il corrispondente, continuo aumento nel prezzo dei futures può incoraggiare anche i consumatori (per esempio il panettiere) a comperare quanto più farina possibile fin da subito (ovvero prima di un ulteriore aumento dei prezzi a pronti) … i panettieri … cominciano ad accumulare scorte di farina in modo da evitare, quanto più a lungo possibile, l’incremento atteso nel prezzo a pronti della farina …”

Resta un ultimo punto da chiarire. Se è vero che le bolle fanno della speculazione un meccanismo destabilizzante, si può anche sostenere che esse conducano ad una cattiva allocazione del rischio (da chi più a chi meno lo sopporta)?

Se, per tornare al nostro esempio precedente, davvero vi sono degli speculatori che sono riusciti a realizzare profitti dapprima comprando a 80 e vendendo a 120 e, in un secondo tempo, vendendo a 120 e comprando a 100, ciò significa che vi devono essere alcuni che hanno sopportato le corrispondenti perdite? Chi? La domanda decisiva è proprio questa: chi ha pagato 120 e incassato 80 (oppure 100)? O ancora: chi ha pagato 120 quando sarebbe stato teoricamente possibile, in assenza di speculazione, pagare soltanto 100?

Se fossero semplicemente altri speculatori, poco male: il rischio sarebbe stato trasferito in un gioco a somma zero da speculatore a speculatore. Ma così non è: a pagare di più sono i consumatori finali e, quando si tratta di cibo, questi sono costoro che meno vorrebbero rischiare per il semplice fatto che non se lo possono permettere.

In questo lavoro ho cercato di sostenere che per spiegare la crescita sostenuta dei prezzi dei beni alimentari negli ultimi anni non basta riferirsi ai cosiddetti “fondamentali”, i fattori cruciali di domanda e offerta analizzati nella prima parte del lavoro.

L’impatto della speculazione, contrariamente a ciò che la teoria economica standard lascia intendere, è verosimilmente molto importante.


E’ chiaro che, presa da sé, la speculazione non costituisce una causa; ma, lo abbiamo visto, l’immensa quantità di denaro sottratta dai mercati azionari ed obbligazionari in corrispondenza della crisi finanziaria in corso e riversata nell’acquisto di futures sui prodotti agricoli (non di tutti, tuttavia) non può non aver esacerbato le tendenze in atto. Le conseguenze dei più elevati prezzi dei beni alimentari sono molto diverse a seconda che si tratti di paesi avanzati o di paesi a reddito medio-basso.


Alcuni studi molto recenti (USDA 2008; Ivanic e Martin, 2008) riportano interessanti simulazioni dei possibili effetti sulla spesa in prodotti alimentari.

Un aumento medio del 50 per cento nei prezzi alimentari comporta nei paesi a reddito elevato un incremento dal 10 al 10.6 percento della frazione di reddito destinata alle spese alimentari; nei paesi a reddito medio-basso, la medesima quota passa mediamente dal 50 al 60 per cento e oltre.


Ciò significa non soltanto che nei paesi poveri le conseguenze sono più pesanti, ciò che è ovvio, ma anche che in essi gli effetti si estendono al resto dell’economia, dal momento che la domanda per altri beni e servizi subisce una contrazione così vistosa.

A mio giudizio si tratta di un aspetto sul quale non si è riflettuto a sufficienza: l’aumento dei prezzi alimentari porta con sé un rallentamento del processo di diversificazione di un’economia povera. Dedicare più risorse alla produzione di cibo non è sviluppo: è la risposta ad una emergenza!


Sviluppo è, sarebbe, aumentare la produttività delle risorse dedicate alla produzione di cibo, la qual cosa tuttavia richiede quel surplus di investimenti tecnologici che le politiche di aggiustamento strutturale hanno impedito per quasi due decenni.

Abbiamo anche visto come la mancanza di coordinamento internazionale abbia contribuito a peggiorare le cose – si pensi alla scelta del governo indiano di bandire le esportazioni di riso.

Si tratta di un errore che non si deve ripetere nella gestione dell’emergenza: se ai governi dei paesi più colpiti tocca, se non altro per sedare le agitazioni che in molte parti del mondo sono state provocate dalla crisi alimentare, attivare una qualche politica sociale di protezione dei più colpiti, la cooperazione internazionale dovrà concentrarsi sui necessari investimenti infrastrutturali più volte richiamati.

C’è un altro errore da non ripetere: il sostegno indifferenziato alla produzione di biocarburanti. Perché essa non si realizzi a discapito della produzione di cibo, i soli sussidi da prevedere sono quelli rivolti ai biocarburanti di seconda generazione.

Infine, la questione della speculazione. Se quanto sostenuto in questo articolo a proposito di speculazione ha un senso, si impone una riflessione ulteriore.

Negli anni ’60 e ’70 del secolo corso i redditi degli agricoltori venivano difesi (ovvero assicurati da fluttuazioni in qualche modo ritenute eccessive) per lo più attraverso l’intervento pubblico, penso in particolare ai cosiddetti International Commodity Agreements (ICAs) , attraverso i quali nelle fasi di prezzi calanti (crescenti) i governi intervenivano acquistando (vendendo).


Oggi, paradossalmente, l’intervento pubblico a sostegno dei redditi agricoli è ancora praticato nei paesi ricchi (basti pensare alla PAC dell’Unione Europea); a quelli poveri si consiglia di ricorrere al mercato dei futures, dove le oscillazioni dei prezzi sono prevalentemente determinate dagli spostamenti nell’impiego del risparmio generato nei paesi ricchi.

Teoria economica e buon senso vorrebbero che una sia pur modesta tassa sulle operazioni in futures servisse a finanziare le spese pubbliche necessarie a medicare le ferite provocate da pallottole private.

Nessun commento: